dunque l’inverno

dunque l’inverno
il vorticare della vista al gelo delle distanze
l’idea di un tempo cavo mentre infuria la profezia
come canto che muove un altro canto
e la veggenza di chi dalla panchina
farà a meno di un colore alla volta fino all’ombra
fino alla fantasia d’essere cieco
la notte che Lucia si leva gli occhi
e la cosa e il pensiero
infuocano di sé il minuto stesso
per aggiungere giorno al giorno dopo
giorni che torneranno uno alla volta al mondo
piccolissimo luogo della mente
dove il mito si placa e si realizza

Silvia Bre (Bergamo, 1953), da La fine di quest’arte (Einaudi, 2015)


Io li conosco tutti i degenti

Io li conosco tutti i degenti
di tutti i bar – c’è chi si abbandona
a larghe risate chi
costruisce filosofie complesse
c’è chi piange su un amore finito
c’è chi piange su un amore finito
chi improvvisa buffi pezzi di teatro.
Io tra loro sono la più sfrenata
anch’io con il mio camice di ordinanza
anch’io uguale agli altri
e la follia arriva a tali livelli che vorrei
infermieri a tenermi braccia a gambe
un morso in bocca una benda
– meno male che i farmaci qui
sono legali ed economici e in sere fortunate
trovo qualcuno che mi offre tutto.
Ah bizzarra confusione delle sere
in cui si è tutti insieme col bicchiere
pieno – ultimi a lasciar  la festa.
Amici vedete io ho un male
che mi ostino a curare da me
– al bar la notte
si perde dentro il mio bicchiere
che è fondo, non vedo mai la fine.
Non dite che fa male
al fegato ai reni, non capite, qualcosa
si dovrà pur sacrificare.
Mi ricovero ogni sera in qualche bar
mi dimentico mi perdo via: questa
la mia cura e la mia malattia.

Rusconi Giulia (Venezia, 1984), da Suite per una notte (LietoColle-Pordenonelegge, 2014)


Individuare uno ad uno

Individuare uno ad uno
ogni grado di necessità
assegnare come un nome
una mappa affidabile di ogni tua
minuscola escoriazione

Carmen Gallo (Napoli, 1983), da Paura degli occhi (L’arcolaio, 2014)

 


Proprio così

a scuola non te lo insegnano
non te lo dicono neppure i genitori
ma loro niente, non te lo dicono
e non ci provano neppure.
danno importanza alle preposizioni semplici
o a quelle articolate.
a scuola non te lo spiegano
proprio non vogliono
e a casa ti chiedono quanto fa
9×9
o di trasformare 2000 metri in chilometri.
a scuola non ti istruiscono
impari invece che cos’è
il superlativo relativo
il santo dei santi
il re dei re
il cantico dei cantici
ma il resto se lo tengono per sé.
a scuola non vogliono informarti
e neppure si sognano di darti la formula
o per lo meno la regola.
così è che quando incontri
il desiderio di fottere gli altri
tu sai solo
che si tratta di un complemento
con valore
di specificazione
oggettiva.

Mary Barbara Tolusso (Pordenone, 1967), inedito


(missioni)

I lama sputano anche quando nessuno li vede, neanche un
altro lama.

Posso giurare di aver visto pisciare un uomo senza testa.

Posso giurare di aver visto un ginecologo scimmia
lanciare
una specie di missile dentro una donna.

Pianifichiamo di esportare la vita, ma in realtà è la morte
(non dite che è lo stesso).

I batteri più esperti sono abbastanza uomini per diventarlo.

Gli ufo esistono e somigliano a dei lama.

Gli ufo sono più soggetti ad infezioni fungine.
Su alcuni pianeti non ci sono le donne.

La diarrea ti coglie sempre impreparato, potresti negarlo?

Gli astronauti urinano in sacchette disgustose e pure sono
eroi.

Se non ci fosse l’uomo ad osservarlo l’universo nemmeno
esisterebbe;
noi sappiamo
che questa è una storia falsa.

Se un giorno ti diranno che non esisti
la donna che ti ha spezzato il cuore sarà comunque esistita.

Se una cosa è vera è che nessuno si libera di niente.

Un animale sconvolto può diventare un altro animale.
Un animale responsabile non è un animale.

I pinguini hanno troppi comportamenti che non vanno bene.
Bisogna dare parola ai pinguini, ma a un certo punto basta.

Se il silenzio è grande, una zanzara è grossa come una stanza.

La notte ama arrivare di notte, ma arriva anche di giorno.

Klimt non ha mai disegnato cipolle, ma poteva farlo
poteva farlo?

Le donne hanno causato la scrittura di un sacco di poesie, i
lama mai.

Francesco Maria Tipaldi (Nocera Inferiore, 1986), da Nuova Poesia Extraterrestre (Carteggi Letterari, 2016)

 

 


Monte Soratte, se ti guardo col mio tempo

Monte Soratte, se ti guardo col mio tempo
tu sei sempre stato e sempre sarai
ma se ti guardo con un tempo più lungo
anche tu morirai
diventando completamente piatto,
ogni giorno infatti diminuisci di un poco
e verrà il giorno che non ci sarai più;
se non, prima che questo accada,
succeda qualcos’altro che ti distrugga
o ti trasformi, infatti come a noi può cadere una tegola
da un momento all’altro, così a te un asteroide
può colpirti, o altri mille accidenti
possono capitarti. Ora tu hai sei cime
e sembra che tu le abbia da sempre
ma c’era un tempo che ne avevi sessanta,eri lungo fino a Sant’Angelo Romano
e non ti eri rotto in più punti ancora
e non c’era ancora il Tevere
in mezzo a te. E prima ancora?
Be’, prima ancora non eri neanche un monte,
eri terra piatta che si faceva su un fondo
marino giorno dopo giorno. Adesso sei bello, sembri
perfetto
ma sei stato bello anche in altri momenti,
posso immaginare che sei stato bello sempre
anche se non ti ho visto
quand’eri lungo e non c’era ancora il Tevere
e quand’eri basso ancora, che la terra si alzava
lentamente
e tu crescevi ogni giorno. Ti guardo
dalla Quadrara delle Aquile, la tua cima a nord,
ogni giorno perdiamo qualcosa, tutti e due,
ma stiamo qui, non ci muoviamo,
tu ti distendi al sole, io sopra di te,
due oziosi difficili da scalzare.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Cieli celesti (Fazi, 2016)


Che la seconda parte della vita

Che la seconda parte della vita sia occupata a contraddire la prima è di comune esperienza, per quanto spiacevole.
Si salva poco di quello che avevamo pensato, forse niente.
Cosa rimane allora del tempo passato?
Si dice di un maestro zen che, prossimo a morire, aveva invitato i discepoli nel suo giardino e rivolto a loro, sentendo gli uccelli cinguettare sui rami, aveva detto: «È tutto questo e nient’altro».

Giampiero Neri (Erba, 1927), da Via provinciale (Garzanti, 2017)