Sì, ho cercato

Sì, ho cercato
ma adesso vorrei vagare
solo vagare
senza cercare.
Si, qualcosa ho trovato
cioè non proprio trovato,
qualcosa m’è passato vicino,
girandomi ho visto la coda
ma non mi va di inseguirlo,
ecco, lasciamolo stare, lasciamolo correre
dove gli pare.
Adesso vorrei essere io
questa cosa che appare non vista,
vorrei essere io questa cosa che vaga
e che ti sfiora, ti passa accanto nel sonno
mentre dormi, mentre mangi, mentre leggi
ti passa accanto e ti accarezza
o ti dà un bacio veloce
tu non fai a tempo a accorgertene
che già non mi vedi più.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), inedito

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Su me stesso

Sono il re senza corona degli insonni
che ancora sfida i suoi spettri con la spada,
studioso dei soffitti e delle porte chiuse
che scommette che due più due non sempre fa quattro.

Un vecchio bonaccione che suona la fisarmonica
mentre fa il turno di notte all’obitorio.
Una mosca fuggita dalla testa di un matto,
che si riposa su una parete vicino a quella testa.

Discendente di preti e fabbri del villaggio,
riluttante assistente di scena di due
rinomati e invisibili maestri illusionisti,
uno chiamato Dio, l’altro Diavolo, presumendo è ovvio,
che io sia la persona che dico di essere.

Charles Simic (Belgrado, 1938), da The lunatic (Elliot, 2017)

– consigliato da Tiziano Broggiato


sto con i nomi propri

sto per i nomi propri
di persona e di luogo
(Giovanni Francesca
Rupanego Calacoto)
per i forse e i qualcosa
per i proverbi,
anche banali o insulsi,
e i modi di dire antichi:
le concrezioni geologiche della lingua
di cui (se mai c’è stato)
s’è perduto l’inventore,
per i mattoni cotti
nella fornace comune
e non per i fragili e raffinati vasi
foggiati dal ceramista solitario
nel suo studio

Enrico Testa (Genova, 1956), da Ablativo (Einaudi, 2013)


Gli acquari portatili

All’alba ritiravo i pesci all’aeroporto,
lenti, nei loro acquari portatili:
pesci e crostacei d’appartamento,
alloggiati in buste di plastica
robusta, ordini consueti
per il negozio, consegne
da registrare prima dell’apertura.

Sul furgoncino Blumenthal & Co.
ascoltavo Radio Mambi, sorseggiando
con cautela caffè take-away
da involucri ustionanti.
Non c’è teodicea nell’alba traslunata
di Miami, ma solo l’irriverente occhiolino
dell’ultimo nightclub, fermoposta della bianca.

Un amico portoricano, di tanto in tanto,
m’assoldava come spalla, sebbene
non avessi mai sparato in vita:
altre buste traslucide, ancora plastica,
gonfia, cellofan celesti,
sfrigolii, cruscotti profondi
e caffè e sigarette e tempo.

Così conobbi la speaker,
sul lungomare, aspettando
un cliente. Il whisky
si deglutisce meglio
como agüita, diceva – se lo coadiuvi
idraulicamente con polvere
andina – toma, huevòn.

La seconda volta, non fu più così facile,
dovetti convincerla: non c’è altra sistemazione
possibile, mia cara, per le mani
dell’inquieto se non nel rovente,
perché l’ansia è fredda
come metallo grezzo e duole
per la rigidezza dell’informe.

Lascia allora le mie mani, ti prego,
scendere nelle tue giunture,
un gioco di tre dita, tre dita bastano,
te lo prometto, inumidite
del tuo, brinate
del tuo mattino tiepido, culla, colla
torbida del concepimento.

Federico Italiano (Novara, 1976), da L’invasione dei granchi giganti (Marietti, 2010)


prima descrizione

delle infinite volte a me dicendomi
di parlare l’italiano senza accento
e lasciare il dialetto da me usato
soggiogato da io al mio volere
creduto di saperne di lettere di plurali
di subiettivo e gerundio e coniunzioni
e tutti i resti d’avverbi che di mia vita
mi feci in costruzione o mi disfeci.

Alessandro Ghignoli (Pesaro, 1967), da Amarore (Edizioni Kolibris, 2009)


Da piccola sbattevo le porte…

Da piccola sbattevo le porte…
Quando sono diventata una che resta
seduta, che svuota le estati
a guardare la stanza dal balcone
per vedere se rientrando
neanche l’ultimo fantasma se n’è andato?
Ho un nuovo cane che dorme di fianco,
ma tornano le stesse sere lunghe
le porte che sbattono addosso
senza la scossa accesa del fragore…
Bisogna avere la natura di chi resta
per saper tenere gli occhi sugli addii
che durano di più a farli da soli.

Isabella Leardini (Rimini, 1978), da La coinquilina scalza (La Vita Felice, 2008)


Rive, pendii romài ribandonàdhi

Rive, pendii romài ribandonàdhi,
pradhi sbièghi senza pì onbre
e radìse, costoni de erbe e pière
frugàdhe da sol e nevi, da venti.

‘Assàdhi da soi parché scomodi
come mì, rùspighi, ièrti. ‘E vostre
distese fiorìdhe, ‘e nostre ferìdhe
stìmate mostràdhe za da lontàn,

brodhe pàidhe de sassi, crèpi fondi
come colpi de badhìl a stacàr
zhope gigante, a stacàr dai ossi
‘a carne, ‘e malghe, nizhiòi bianchi.

Sé sponde franose ‘dèss, dispetose,
‘sassine, te un mondo che vòl tut
fàzhie, da sfrutàr senza fadhìga.
Sé onde de tèra senza pì ‘e verdi

vée dei àlbari, i bari de roe ìsoe
pa’l riposo dei sói, nude de nidi
e canti. Sé dissése ‘ndo’ che core
zo, romài, sol ‘e nostre desgràzhie.
Fabio Franzin (Milano, 1963), inedito.
Rive, pendii ormai abbandonati

Rive, pendii ormai abbandonati, / prati declivi senza più ombre / e radici, costoni di erbe e pietraie / erose da soli e nevi, da venti. // Lasciati all’incuria perché scomodi / come me, scabri, erti. Le vostre / distese fiorite, le nostre ferite / stimmate esposte già da lontano, // coaguli pallidi di sassi, crepe profonde / come colpi di vanga a incidere / zolle maestose, a staccare dalle ossa / la carne, le malghe, candide lenzuola. // Siete sponde franose ora, dispettose, / assassine, in un mondo che esige  tutto sia / in economia, da sfruttare senza sforzo. Siete onde di terra private delle verdi // vele degli alberi, degli arbusti spinosi isole / per il riposo dei voli, nude di nidi / e canti. Siete discese ove rotolano / ormai, solo le nostre disgrazie.