Guardavo l’officina

Guardavo l’officina
dismessa, i tetti di lamiera,
il vespaio alla parete,
depositi di latta, nafta sui canali.
Pensavo ai momenti
più scuri della materia: non
sono mai abbastanza.
In qualche verità
nemmeno esiste, quella materia.
In altre, è solo afa. O meno che afa,
e paradiso è un verbo,
alla prima persona.
Come, forse, universo.

Mario Santagostini (Milano, 1951), da Versi del malanimo (Mondadori, 2007)

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Così sparpagliate, le notti,

Così sparpagliate, le notti,
respirate dall’alto a luce accesa
un gioco scalzo dei giorni sul viso.
Non volevamo noi morirci dentro
come piante senza sete
a rimandare l’ultima parola,
credevamo di tremare più degli altri
alla fine della festa, sotto casa…
Sei sempre tu nella mia caccia di presagi
anche il vento lungo i nastri della sagra
è il mio perderti ogni volta
un ritrovarti.

Isabella Leardini (Rimini, 1978), da La coinquilina scalza (La Vita Felice, 2008)


L’amicizia per te non è stata da sempre

L’amicizia per te non è stata da sempre
lotta assidua, inclemente
contro l’immobilità? quella che ora ti è preso,
e solo le scosse di un’auto impazzita
fanno balzare il tuo corpo, imitano
una ripresa della vita?
“So a memoria le poesie che scrivi:
e anche se non le capisco – dicevi –
le recito per te, come l’amore
passa per queste vesti che nessuno cura,
logore, sporche, ora anche tu hai lasciato
l’ordine della casa per un letto di spine,
per i bagliori dell’acqua, per la corrente
impalpabile di questo fiume.
Morissero –
e piangevi sulla tua tonaca – quelli che hanno
pensato anche una sola volta al mio letto,
liberassero il mondo dal peso
della loro spaventosa allegria,
Dio! – gridarti atterrito –
nella tua infinita misericordia ingiustizia
togli loro la vita,
l’idea di salvezza che imbrattano
per non incontrare il dolore”.

Cesare Viviani (Siena, 1947), da L’opera lasciata sola (Mondadori, 1993)


e gli ospiti sono fantasmi ai lati del pendolo

e gli ospiti sono fantasmi ai lati del pendolo
e dubbi domande le nozze un altro defunto
e due sottovoce si ignorano come gemelli
e tre chiedendo permesso si serrano in camera
e gli altri sono fantasmi ai lati del pendolo
e il pasto è abbondante ne avanza si butta discutono
e gli ospiti non li salutano gli ospiti contano
e chi si assopisce e chi resta e un uomo disteso agonizza
e fuori fa giorno c’è venere macchine primi citofoni
e uno che accede alla sala ferito ripete
e adesso adesso sparisco sparisco anche io.

Luciano Mazziotta (Palermo, 1984), inedito


La muraglia cinese

Ho sognato di nuovo l’effetto tunnel, io che
– oggetto quantistico – mi ritrovo
dall’altra parte di una muraglia più spessa
di quella cinese
                                (ricordo l’illusionista
che entrato da una parte uscì dall’altra, come?
e infinite fallimentari risposte).
                                                 Ma
l’effetto tunnel prescrive che veramente
c’è l’altra parte per chi si trovi di fronte
la muraglia cinese, sogni l’oltre
della verde libertà, la corsa, il piede…
M’in-
chiodo: qualcuno mi chiama
                                             – la riconosco
la voce che mi chiama
dal Pakistan devastato dall’alluvione
di là dalla parete, lui
che sta per essere sommerso
dalla marea senza volto… Corro,
eccomi, sono io,
io
    con te

profugo insieme a te in un’infinita fila
su una strada che porta se non nel buio
della desolazione, dello sfacelo, della morte,

 

che ti ravvio il guanciale sotto la testa
mentre parliamo della partita del Pisa,
il tuo grande amore, il solo che ti è rimasto:

io
    per te,

di qua, sempre di qua, nel tunnel senza fine
della gravità non quantistica,
attirato accentrato nel centro, libero
nel mondo di fango (l’illusionista
nudo davanti alla morte entrata a porte chiuse).
                                                                          Di là –
piede,
smettila di sognare – di là dalla muraglia

il vuoto.

Sauro Damiani (Cascina, 1941), da da Nodi (Atíeditore, Milano 2014)

– consigliata da Giancarlo Pontiggia


Poesia scritta dalle parole #1

Siamo le parole.
Conteniamo i desideri dei morti,
le esperienze di chi non è ancora nato.
(contenere, v. tr.
1. tenere dentro di sé; 2. trattenere)

In questo istante siamo attraversate
da una mente, la tua.
Siamo un’intimità esteriore,
siamo escluse dentro di te.

Vorremmo poter spiare
che cosa ti stiamo facendo immaginare.
(ti stiamo facendo immaginare
noi che ti spiamo dall’interno)

Nessuno al mondo ti guarda così.

Tiziano Scarpa (Venezia, 1963), da Le nuvole e i soldi (Einaudi, 2018)


Forgetfulness

The name of the author is the first to go
followed obediently by the title, the plot,
the heartbreaking conclusion, the entire novel
which suddenly becomes one you have never read, never even heard of,

as if, one by one, the memories you used to harbor
decided to retire to the southern hemisphere of the brain,
to a little fishing village where there are no phones.

Long ago you kissed the names of the nine Muses goodbye
and watched the quadratic equation pack its bag,
and even now as you memorize the order of the planets,

something else is slipping away, a state flower perhaps,
the address of an uncle, the capital of Paraguay.

Whatever it is you are struggling to remember,
it is not poised on the tip of your tongue,
not even lurking in some obscure corner of your spleen.

It has floated away down a dark mythological river
whose name begins with an L as far as you can recall,
well on your own way to oblivion where you will join those
who have even forgotten how to swim and how to ride a bicycle.

No wonder you rise in the middle of the night
to look up the date of a famous battle in a book on war.
No wonder the moon in the window seems to have drifted
out of a love poem that you used to know by heart.

Billy Collins (New York, 1941), da A vela in solitaria intorno alla stanza (Fazi, 2013)
Il primo ad andarsene è il nome dell’autore
diligentemente seguito dal titolo, dalla trama,
dal finale mozzafiato, dall’intero romanzo
che d’improvviso diventa un romanzo che non hai mai letto, mai sentito nominare,

come se, uno dopo l’altro, i ricordi che eri solito ospitare
avessero deciso di ritirarsi nell’emisfero sud del cervello,
in un piccolo villaggio di pescatori dove non ci sono telefoni.

Molto tempo fa hai dato il bacio d’addio ai nomi delle nove Muse
e hai visto l’equazione di secondo grado fare le valigie,
e anche adesso che mandi a memoria l’ordine dei pianeti,

qualcos’altro scivola via, forse il fiore simbolo di uno Stato,
l’indirizzo di uno zio, la capitale del Paraguay.

Tutto quello che ti sforzi di ricordare
non ti sta sulla punta della lingua,
e non è nemmeno in agguato in un anfratto della milza.

Se ne è andato lungo la corrente di un oscuro fiume mitologico
il cui nome comincia con una L per quel che riesci a ricordare,
già lungo la strada per l’ oblio dove ti unirai a chi
ha scordato come si nuota e come si va in bicicletta.

Non c’è da stupirsi se ti svegli a notte fonda
per controllare la data di una famosa battaglia in un libro di guerra.
Non c’è da stupirsi se la luna dalla finestra sembra scivolata
fuori da una poesia d’amore che un tempo sapevi a memoria.