Gli acquari portatili

All’alba ritiravo i pesci all’aeroporto,
lenti, nei loro acquari portatili:
pesci e crostacei d’appartamento,
alloggiati in buste di plastica
robusta, ordini consueti
per il negozio, consegne
da registrare prima dell’apertura.

Sul furgoncino Blumenthal & Co.
ascoltavo Radio Mambi, sorseggiando
con cautela caffè take-away
da involucri ustionanti.
Non c’è teodicea nell’alba traslunata
di Miami, ma solo l’irriverente occhiolino
dell’ultimo nightclub, fermoposta della bianca.

Un amico portoricano, di tanto in tanto,
m’assoldava come spalla, sebbene
non avessi mai sparato in vita:
altre buste traslucide, ancora plastica,
gonfia, cellofan celesti,
sfrigolii, cruscotti profondi
e caffè e sigarette e tempo.

Così conobbi la speaker,
sul lungomare, aspettando
un cliente. Il whisky
si deglutisce meglio
como agüita, diceva – se lo coadiuvi
idraulicamente con polvere
andina – toma, huevòn.

La seconda volta, non fu più così facile,
dovetti convincerla: non c’è altra sistemazione
possibile, mia cara, per le mani
dell’inquieto se non nel rovente,
perché l’ansia è fredda
come metallo grezzo e duole
per la rigidezza dell’informe.

Lascia allora le mie mani, ti prego,
scendere nelle tue giunture,
un gioco di tre dita, tre dita bastano,
te lo prometto, inumidite
del tuo, brinate
del tuo mattino tiepido, culla, colla
torbida del concepimento.

Federico Italiano (Novara, 1976), da L’invasione dei granchi giganti (Marietti, 2010)

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