Bibliotecario dell’effimero, qui è il regesto

Bibliotecario dell’effimero, qui è il regesto
di ciò che sa morire e sa tornare e
il cui passaggio non ha parole ma nidi e
vento: il cipresso, la quercia, l’acacia e le
rose rampicanti, e l’acanto. Abbiamo
dimenticato tutto – ma per che

cosa? Dimenticato l’estasi e l’attesa
dell’alba, il silenzio e l’urlo del fiore che vuole

sbocciare

 

Giuseppe Conte (Porto Maurizio, 1945) da L’oceano e il ragazzo (Rizzoli, 1983)


E’ l’ora che le barche lievi sfiorano

E’ l’ora che le barche lievi sfiorano
l’acqua come libellule, le ali
trasparenti che vibrano al tramonto,
tornano a casa bianche sopra il mare
color vinaccia. Il cielo nero, cupo,
come un cartone opaco schiaccia l’isola
e vela anche la grotta che da qui
somiglia all’occhio di quel grande pesce
incagliato nel fondo d’acqua bassa.

Si va spegnendo, muore, e domattina
sarà soltanto carne abbandonata
alla putrefazione, gelatina,
un’enorme medusa fra gli scogli
a sciogliersi nel sole del meriggio
mentre i rapaci umani al vecchio pasto
le mangeranno il cuore e l’altre membra,

Allora sui miei occhi cala il pianto
e il mio male si placa sullo sbuffo
di fiori viola che come un balcone
si affaccia sul dirupo sopra il mare,
ed è così in rigoglio, lavorato
dal sole, così ricco – chi l’ha detto
che la natura è semplice? Qui è tutto
complicato e feroce: essere belva
e preda, uomo e donna,
lucertola e formica, vita e morte.

Giorgio Manacorda (Roma, 1941), da Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1974 – 2000), (Scheiwiller, 2009)