Dormo qui solo ogni tanto

Dormo qui solo ogni tanto
su questa forma mia di materasso
con un affossamento
allungatosi nel tempo
forma di quello che sarei
fossi rimasta qui per tutto il tempo
a sporcare l’aria di me
lasciare odore nella stanza.
Invece l’aria qui è intatta
liscia e profumata
insieme alle camicie di mia madre,
solo altrove lontano ce l’ho fatta
a fare veri buchi
neri odorosi di presenza.

Mariagiorgia Ulbar (Teramo, 1981) da I fiori dolci e le foglie velenose (Firenze libri, 2012)


Oigo el último / antologia, Antonio Gamoneda

Oigo el último
grito amarillo.
Atraversando
cifras y sombras he llegado.
No merecía la pena
tanto cansancio sin destino.

 

Antonio Gamoneda (Oviedo, 1931), da Canción errónea [Canzone erronea ] (Tusquets, 2012) – traduzione di Alberto Pellegatta.

 

 

Ascolto l’ultimo
grido giallo.
Attraversando
cifre e ombre sono arrivato.
Non valeva la pena
tanta stanchezza senza destinazione.

 

Il libro da cui è tratta questa breve lirica, Canzone erronea, è stato pubblicato due anni fa dall’autore ottantenne e si configura come un’ode alla vita e al corpo che, anche nella vecchiaia, ci permette di avvertire l’attrito della bellezza, seppur nei cedimenti dei tessuti. Altrove nel testo il poeta esplicita questa linea: «Amo il mio corpo; le sue vertebre spaccate… il mio cuore leggermente umido / e i miei capelli impazziti / nelle tue mani. / Amo anche / il mio sangue attraversato da gemiti. // Amo la calcificazione e la malinconia / arteriale… i midolli della tristezza, gli anelli / della vecchiaia e l’influenza / delle tenebre intestinali. / Amo i cerchi / grassi del dolore e le radici / dei tumori lividi. // Amo questo corpo vecchio e la sostanza / della sua misera clinica». Per questo la «dimenticanza dissolve la materia riflessiva / davanti ai grandi vetri / della menzogna». Ormai tutto è risolto: «in me non c’è causa. In me non c’è / più stanchezza e / un’antica distrazione: / passare / dall’inesistenza / all’inesistenza. / È / un sogno. / Un sogno vuoto». Un libro onesto e attraversato da lampi lirici di rara intensità. Un «ultimo / grido giallo», attraverso cui confessare di avere attraversato «cifre e ombre» per scoprire che forse «non valeva la pena // tanta stanchezza senza destinazione». Una poesia colta, che rimonta a Quevedo, con la visionarietà di Goya e la grazia dell’iperrealismo di un Antonio Lopez.

(Alberto Pellegatta)