Nato in quegli anni e lì disperso

Sono nato in quegli anni e lì disperso,
– il fiato dell’affetto ha fatto
rugginose le biciclette, quelle mai
pedalate, quelle lasciate negli angoli
le parole sospese sono rimaste lì
e da nessuno più usate.
Ho visto forse passare il santo,
– ci sono ancora i suoi segni
e se c’è un pozzo qui vicino
è lì che bisogna cercare,
cercare quegli anni dispersi
in cui siamo nati,  con le mani
nell’acqua scura quel presente
riportare a galla,
e piano bagnarsi le labbra,
berla a sorsi quell’acqua
ricomporre le frasi, ridirle,
come se non ci fossero solo
queste pietre, dure e bianche
e senza luce e il netto lacero
del confine scavalcato , con le mani
coprirsi gli occhi oppure disegnare nell’aria
quello che si volle e non abbiamo fatto,
dispersi come eravamo in quegli anni
in cui nascemmo. Coprirsi gli occhi
con le nostre mani nate con noi.

 

Fulvio Segato (Trieste, 1959), da La consuetudine dei frantumi, Fara, 2013

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