Autoritratto come guerriero nuragico / antologia, Antonella Anedda

Poco più alta di un busto romano.
Difesa da uno scudo ma priva di slancio.
I lineamenti di bronzo
senza passaggio di sorriso.
La spada le ha diviso la fronte
verde-rame con crosta
inutilmente incoronata di pruni
accecata da pietre.
Inabissata. Liquida.

 

Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012) 

 

Da un autoritratto ci aspettiamo un volto, la definizione di un’identità. Ma quella che Anedda viene tracciando è un’identità che da subito, fin dal titolo, si sovrappone e sfuma in un’altra. Questo guerriero potrebbe essere un antenato che riaffiora nelle sue sembianze. Dallo specchio come da un pozzo arrivano immagini e vicende del passato, e infine i riflessi dell’acqua in cui si discioglie ogni pretesa di essere entro linee e contorni. Nella prima parte della poesia Anedda inizia a tracciare una figura che sfugge, che non corrisponde pienamente a ciò che le si avvicina; nella seconda parte i tratti vengono segnati attraverso un atto violento. La definizione di questa figura avviene nell’istante stesso della sua morte. Questo di Anedda è un autoritratto disegnato cancellando. Nasce da un distacco da sé, da una similitudine aperta come un ponte che sprofonda in acqua. Se è possibile riconoscersi è soltanto in un’identità «liquida», «inabissata».

(Franca Mancinelli)

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