Non sapevo se le mie parole erano le stesse

Non sapevo se le mie parole erano le stesse
per tutti, la mia notte
se era la stessa nessuno lo sapeva.

Valli, ogni volta che venivo,
erba ripetevo, adesso è ancora questa erba,
e alberi, toccarli, dire alberi.

Viale che non guardo,
rimasto come lo sapevo ma neppure un viale.
E cammino anche più in là di me
adesso che piangere è pioggia,
e stare soli è più grande.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)

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Torneremo sui cumuli muti

Torneremo sui cumuli muti
a farci calce. Qui, sotto all’edera,
ci sono le pietre bianche
prelevate dal muro per aprire
una porta alla casa nuova dove
sei morto: c’è tanta luce,
e un’aria fresca, immobile. Ho preso
sulle spalle le incombenze, i silenzi,
la voglia di dormire, il mutuo. Ora
lavoro ogni giorno, vengo da solo
a mettere una mano sopra i sassi
mentre mancano le parole giuste.
Sento i nervi e i denti tirarsi piano
nella loro posizione, rientrare
negli alvei come un ordine,
una correzione.

Andrea Ponso (Noventa Vicentina, 1975), da I ferri del mestiere (Mondadori, 2011)


A marzo i poeti consigliano i poeti

Per il prossimo mese di marzo abbiamo chiesto a 24 poeti di proporre ai ragazzi una poesia che per loro è particolarmente significativa.

I poeti coinvolti sono: Gian Maria Annovi, Maria Borio, Antonella Bukovaz, Corrado Benigni, Alessandro Canzian, Azzurra D’Agostino, Tommaso Di Dio, Matteo Fantuzzi, Gianluca Furnari, Carmen Gallo, Isabella Leardini, Maddalena Lotter, Franca Mancinelli, Andrea Breda Minello, Giuseppe Nibali, Rossella Renzi, Luca Rizzatello, Francesca Serragnoli, Piero Simon Ostan, Christian Sinicco,  Francesco Targhetta, Francesco Terzago, Giacomo Vit, Julian Zhara.

Evviva!

 


Non c’è niente da comprare

Non c’è niente da comprare
niente da vendere, niente da farsi guardare
la vita la possono tenere / per volare.

le bambine possono fare i respiri
chiudere gli occhi fare dei giri

Silvia Salvagnini (Venezia, 1982), da L’orlo del vestito (Sartoria Utopia, 2016)


Dialoghetto crudele

“Per la continuità con cui ami
(pietra su pietra, dietro e oltre cenere
ostinato e mutamente cieco:
un uomo tutto passi e alta pazienza)
forse mi sbaglio e sorseggio un discorso
che non potrei e non potrei ma mai
eppure la mia opinione ha pure un suo valore
e allora sull’argomento, dì pure
che sono sfrontata, io penso che
la tua stupidità ti sia servita,
e avendo la fortuna in certe cose
di non intendere, è stato più facile
per te resistere là, nel tuo amore.

Io ho molti più pensieri e più colori.
Io sogno. Ho dei bisogni. Mi rampogna
il ninnolo che sorveglia la mia
femminile curiosa frenesia
se mi sorprende oltre il livello massimo
d’appiattimento della fantasia.

Non puoi – si torna sempre lì capire:
comunque: io non ti voglio lasciare.
Voglio soltanto licenza di tradire.
Lasciarsi non è facile e distruggerti
sarebbe fastidioso; ma ecco il seno
è mio e tuo: se vuoi è il tuo cuscino
su cui piangere la mia indifferenza…”

“Ma sopra, almeno, ci posso morire?”

“Ecco, ci puoi morire in modo quieto:
ti puoi addormentare e non svegliarti.
Io allora sposterò piano il corpo
e tu dolcemente riposerai
e non ci lasceremo, poverino,
per così dire, mai”.

Paolo Maccari (Colle Val d’Elsa, 1975), da Fuoco amico (Passigli, 2009)


staz i one pioggia

dicono sia la morte questo senso
di spossatezza
questa stazione zuppa
di mosche

si dorme quasi sempre
uno sull’altro,
sui corpi fiorisce l’edera di casa
-io lo so che verrete
madre
il nulla ci mangia nella mano
come fosse un cane

Francesco Maria Tipaldi (Nocera Inferiore, 1986), da Traum (Lietocolle, 2014)


In quel momento

Non è vero che l’esperienza del dolore è uguale.
Resta alla fine del giorno,
lungo il crinale della sera, un discorso
aperto, qualcosa che non si può dire.
Lo sappiamo:
chi sa come guarire sa anche uccidere. Ancora:
ciò che è universale
è il vuoto e non il senso. Verità
che valgono per tutti. E su questo
i ministri della consolazione inventeranno
anche per te il linguaggio
dell’esperienza del dolore e del male,
appresteranno il codice entro cui leggerai
l’esperienza di sofferenza che ti aspetta.

Ecco il vero punto omega è questo: quando
mi vedrai morire sarai unica,
separata dagli altri, non sostituibile. Ci allontaneremo
anche per questo, in quel momento. Saremo
una scommessa, punti che si cercano, come
lontani pianeti imprudenti, soli
e persi nel desiderio di solcare i cieli.

Gabriel Del Sarto (1972), da Il grande innocente (Nino Aragno Editore, 2017)