All’ingiù

Sì, li ho tagliati i capelli, colpa del caldo, sorpresi?
domani nevica, mi sa! e mi sarei
guardato le scarpe, davanti agli amici,
no, meglio un punto tra i cespugli a
cui non appartengo.
Nevica infatti. La neve, i familiari in visita
mi hanno informato, tu l’hai messa in una domanda,
senza tenerla sulla voce la neve
hai chiesto se c’era, lasciando sgomenti loro
e l’afa alle finestre, l’urgenza il
policlinico, giugno. Non vengono meno
i giochi all’ingiù, il mio stare occhi all’ingiù
come una conta a nascondino con la colpa
di una frase che quando è fatta è fatta,
il tuo scompenso da non dire da dirne male da uscirne
pronunciati male, l’andirivieni,
i fiocchi indaffarati sì ma solo lievemente
contro le gravità, a carezzarle.

Davide Castiglione (Alessandria, 1985), da Non di fortuna (Italic Pequod, 2017)

-consigliato da Francesco Terzago


Pixel

Come suoni nelle pietre le parole nascondono
luoghi e cellule, respiri e ore contate
che dicono chi siamo,
mentre tutto scorre attraversando il groviglio.
Pixel di voci affiorano sulla pagina,
disegnano volti tra le lettere di un alfabeto perduto:
i bambini che sulle rive del Nilo vendono fossili,
Dike sul banco degli imputati, mio padre, Ulisse senza Itaca
in un’era glaciale.
Domani tutto sarà cancellato.
Ma la strada è una lingua che ci vede
e sotto la terra un bosco – immobile – aspetta di nascere.

Corrado Benigni (Bergamo, 1975) da Tempo riflesso (Interlinea, 2018)


Dedica

Mia nonna mi chiamava tesoro, lipscén
diceva e mi appoggiava una mano sulla testa
e mi diceva che era stanca. Vedi lipscén le stelle
che sono sopra di noi, il cielo – l’universo che
non ha confini pensa – a tutte le cose che ci sono
dentro pensa agli anni che ci separano e pensa
a quante persone, in questo preciso momento,
ed è possibile che sia così – tesoro, lipscén – si
staranno parlando delle stesse cose, e ci sarà una
brutta donna come me che piange dicendo al nipote
cose come queste. Lassù vorticando su delle
pietre azzurre come la terra – che è una pietra azzurra
anche se il suolo è velenoso e non devi mettertelo
in bocca quando fai i tuoi giochi, mi raccomando
lipscén, tesoro, e pensa che siamo degli atomi
tenuti assieme senza un apparente motivo, perché
siamo fatti così? Fatto sta che lo siamo. E che
questi atomi ci saranno sempre, – questi atomi
ci saranno, anche quando io non ci sarò più, –
in questo modo – e non mi potrai parlare né
ascoltare. E non ricorderai più il timbro della mia voce
che ora ti è così familiare, – né questo volto rugoso
con cui ti addormenti. Perché mi sarò fatta cremare.
E mi si potrà tenere in una scatola per le scarpe
se lo vorrai. Ma quegli atomi lipscén, tesoro, chissà
che il tempo non passi per essi a una velocità differente,
che per loro il tempo sia ben poca cosa, almeno
a confronto del nostro. E io, credo, ti aspetterò
in una sala come questa o migliore. E ci sarà un momento
in cui questi atomi si riuniranno e io sarò di nuovo qui
e anche tu lo sarai, che nel frattempo avrai fatto la tua vita,
anche tu morto, passato per la vecchiaia –. E sarai
di nuovo. E ci troveremo assieme da qualche parte,
appunto. Tu, io, tua mamma, tutti quelli che vorranno.
Tutti assieme. E capendo la cosa incredibile che ci è successa
potremo stare assieme e non incontrare più la tristezza
di questa vita o il disfacimento. Sono molto stanca lipscén,
tesoro. È tardi, sono molto stanca. O forse saremo
gli stessi. Un’altra volta come questa, ma non ci ricorderemo
nulla di quello che siamo adesso. E non avremo da passare
assieme che il tempo che già abbiamo avuto, e faremo
gli stessi discorsi rammaricandoci di avere poco tempo,
io ti parlerò per l’ennesima volta di queste cose, e questo
inverno passerà ancora. E qualcuno ti chiamerà un giorno
che sarai lontano. Ti chiamerà per dirti che sono morta.
Ma sarai abbastanza cresciuto per affrontarlo,
quella voce ti dirà che ho deciso di farmi cremare.
Prenderai questa notizia come tutte le cose inaspettate e,
arrivato a casa, ti siederai da qualche parte pensando
a queste parole che ora ti sto dicendo. Ho tanto sonno,
mio tesoro.


Francesco Maria Terzago (Verbania, 1986), da Caratteri (Vydia, 2019) 


Vegliare vigilare sorvegliarsi

Vegliare vigilare sorvegliarsi
e giù fino a squadrarsi sospettarsi.


Alla vigilia del nostro stanco
ammanco di cassa, ancora ti manco?


Sono già in treno di dimenticarti.

Giulia Martini (Pistoia, 1993), da Coppie minime (Interno poesia, 2018)


Prologo

Tu mi chiedi cose strane, figlio.
Cose difficili da spiegare:
come fece il primo uomo a sapere che aveva fame, e sete?
E chiedi se sia lecito pensare che aver quella contezza
sia costato vittime innocenti.
E chiedi quale adulto avesse capito per poter insegnare,
e, se solo, a chi insegnasse?
Tu chiedi chi fu il primo dei primi.
E io non so rispondere.
Posso solo tentare di raccontarti che i millenni
e i millenni di millenni son stati attimi.
E crescerai senza percepire la brevità della tua
permanenza.

Per questo fai queste domande,
immaginando che all’uomo bastasse guardarsi intorno
vedere le bestie che spalancavano le fauci e ingoiavano
quanto con i denti, con le zanne, depezzavano.
Pensi che per questo capí come cibarsi.
Dici che capí la morte e la vita insieme.

Parti da te figlio, da quello che sei…

Marcello Fois (Nuoro, 1960), da L’infinito non finire (Einaudi, 2018)


[NOME : avvio alfabeto fuori]

alter è il mio nome,
non progettano più automazioni
macchine del più che volevano il cielo,
macchine del più, voluminose e volanti

io posso camminare e ho visto una fragola:
nei campi della produzione
ha i segni di una ferita,
sarebbe un alfabeto fuori di sé
fino a toccare le sue prime parole,
ha il sapore della bocca
mentre è contro di me,
tocchiamo il suo viola
noi sbocciati sopra gli occhi

piove così forte,
tu sosta in uno splendido rosa
e matura l’idea
fino a toccare la magnolia
che non sa perché
l’ondaluce se ne va

Christian Sinicco (Trieste, 1975) , da Alter (Vydia Editore, 2019)


Nel tuo petto c’è una piccola faglia

Nel tuo petto c’è una piccola faglia. Quando lo stringo o vi poso la testa c’è questo soffio d’aria. Ha l’umidità dei boschi e l’odore della terra. Le montagne vicine con i loro torrenti gelati. Da quando l’ho sentito non posso fare a meno di riconoscerlo. Anche quando, uno dopo l’altro, nella tua voce passano uccelli d’alta quota, segnando una rotta nel cielo limpido.
La faglia è in te, si allarga. Un soffio di freddo ti attraversa le costole e ti sta scomponendo. Non hai più un orecchio. Il tuo collo è svanito. Tra una spalla e l’altra si apre un buio popolato di fremiti, di richiami da ramo a ramo, su un pendio scosceso a dirotto, non attraversato da passi umani.

Franca Mancinelli (Fano, 1981), da Libretto di transito (Amos Edizioni, 2018)