Lo sfondo è un cortile, un edificio chiaro

Lo sfondo è un cortile, un edificio chiaro,
platani, altre sagome soffici
come è del resto poco nitido tutto.

A chi assomiglia? Al padre, alla figlia
nata quarant’anni dopo,
a un trisavolo mai conosciuto, come dicono?

Chi è questo bambino, quando
ci siamo persi, io e lui?
Non lo conosco. So che è me
perché è nella foto
vista più volte , ripassando
il passato, soprattutto nei giorni subito dopo
qualcuno che è morto.

Si perde, l’origine. E condividere
la perdita, farne memoria
famigliare, passato per ogni uno suddiviso
e frainteso negli altri, è un dovere
e una necessità.

Ma chi sono diventati, i dispersi, o quando
ci aspettano avanti, tutti i noi stessi
che ci hanno persi?
Gian Mario Villalta (Visinale di Pasiano, 1959), da Telepatia (Lietocolle, 2016)

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Autoritratto


È il taglio degli occhi di mio padre 
non il suo colore
l’attaccatura bassa dei capelli 
quasi piatti i piedi e lo stesso stampo delle mani 
o forse è lo stare scorretto della schiena

ma più che altro è la stessa la mandibola che balla
quando la cena sa di poco e la camicia non stirata
l’apprensione dei giorni che fa lo stomaco compresso
con la tensione continua dei nervi raccolta nelle giunture
è la sua sintassi quando dico le frasi che non vengono
preciso il lampo nello sguardo che ricuce le cose
rifà buono il tempo 

la solitudine lui dei boschi io delle parole.

Sarà poi un giorno mio figlio
e il figlio di mio figlio
sarà l’aggirarsi nell’identico buio delle strade 
ad aspettare che venga il vento giusto
e il chiaro dentro gli occhi 

Piero Simon Ostan (Portogruaro, 1979), da Il verde che viene ad aprile (Qudulibri, 2019)


chi entra nella stanza sa che il piede non è mai fermo

chi entra nella stanza sa che il piede non è mai fermo,
e i compagni si dileguano a ogni svolta del giorno:

apre le mani al mondo, oscilla dietro la porta
siede, si scosta, si piega, insegue un’ombra sul fondo;

chi si affaccia sulla stanza vede gli altri aggirarsi,
se batte il capo sull’uscio, sente il rumore degli arti:

come vuole toccarli per sapere cosa è vero
fende il vuoto con la mano, la ritrae, misura il foro;

chi esce dalla stanza sa che ogni volta è per sempre,
qualunque passo intrapreso a liberarsi dal peso,

slacciare il corpo gravato dalla presa del suolo,
è come aprire sul retro una finestra nel buio.

Italo Testa (Castell’Arquato, 1972), da L’indifferenza naturale (Marcos y Marcos, 2018)


Linoleum

Io credo che infine tornerà
ai piedi il luogo di tutti
gli amori, perché non possiamo
tornare alla natura,
al linoleum
scollato, con bolle d’aria
al magazzino diminuito. Ero
lì, qui il tempo
che peggiorava i passi. Ora
intuisco il rivestimento di tutto
a tutto, il seno sfigurato
dall’ideale pentimento.
E l’oggi fatto con la cera
che macchia le morti.

Alberto Cellotto (Treviso, 1978), da Vicine scadenze (Zona, 2005)


Se vado all’indietro non vedo più

Se vado all’indietro non vedo più
né il diploma né il suo voto avvizzito.
Passo da un’anima (l’anima?) a un’altra,
sempre mia, ma che spiega di volere
l’allungo. Succede.
L’entusiasmo e i suoi spiccioli mi tradiscono
sul punto più labile del trionfo.
Sono a un passo dal traguardo. La porta mi aspettava.
E quello che ride e prova la chiave
altri non è che l’immenso assassino
seduto sul confine.

Fabrizio Bernini (Broni, 1974), da Il comune salario (Mondadori, 2019)


Se ci pensi è un film

Se ci pensi è un film      visto da dietro il telone
con gli spettatori dentro le cose che guardano
mentre accadono – a loro: sono anche gli attori –
e fino alla fine nessuno muore
in nessun tempo che non sia vero e di tutti.

Perché fa male come una colpa non odiare nessuno
quando pensi a chi ha macchiato di sangue l’erba,
il cielo, le pagine – quel segno
nero che c’è in ogni immagine?

Gian Mario Villalta (Pordenone, 1959), inedito

 


il libro attende che le parole

il libro attende che le parole 
si facciano fuori 

polpi dentro gli scogli 

allungano molli rami se 
ti allontani: 

prenderle vive 

Gian Maria Annovi (1979, Reggio Emilia), da Persona presente con passato imperfetto (LietoColle, 2018)