Solo tu mi consoli, fingi

Solo tu mi consoli, fingi 
che tutto sia intero – l’amore 
ha tanta pietà così tanta 
è così buono con me –  
che morbidezza – con le dita 
mi ridisegni il corpo, mio amore, 
anche il mio corpo all’improvviso 
mi sembra di nuovo intero. 

Giulia Rusconi (Venezia, 1984), da Suite per una notte (Lietocolle-Pordenonelegge, 2014)


Il morso e il bacio

Il morso e il bacio  
sono movimenti circolari. 
Il seno lo tocchi 
come se l’avessi sempre fatto. 
Le rondini che ti volano in testa 
passano dal fluido degli occhi 
e arrivano alla mia. 
Rami spessi le gambe 
che stringono in nodi le foglie 
e mi apro tutta unicamente 
nella solitudine di essere due 
soli nella stanza. 

Clery Celeste (Forlì, 1991), da La traccia nelle vene (Lietocolle-Pordenonelegge, 2014)


La datità, l’essenza delle cose, il sorso

La datità, l’essenza delle cose, il sorso
bevuto all’orlo della sepoltura, l’impostura
generale del mondo essendo dal tempo roso,
le siepi che attorno s’accavallano,
il cadere nullo (il non cadere) nel vallo,
l’io in infinito sublime innalzamento al cielo:
sento in questo carico grondante
il vedere chiaro, chiaramente il pensiero.

Giovanna Frene (Asolo, 1968), da Datità (Arcipelago, 2019)


È vero: ci sono giorni

È vero: ci sono giorni
che le vostre parole più care e buone
mi suonano come insulti,
giorni che dal mattino alla sera il sole
splende contro di me
come contro un ritaglio di lamiera:
non mi si parla senza avere
diritto in faccia
il suo abbaglio tremendo. Ci sono volte
che mi trovate là,
fermo, freddo
come l’avanzo nel piatto.
Non vi ascolto, non alzo nemmeno gli occhi.

È che ho la testa piena
di una scena che ho visto
tanti anni fa.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da  Il conoscente (Marcos y Marcos, 2019)


Altre istruzioni

E siano i versi

“L’impoetico: raccontalo a lampi.
Nomina le nuove impercepite
cose del mondo in cui ora siamo
immersi. E siano i versi

attenti al comune, alla prosa,
che servi. E all’arso
cicalio delle stampanti, poi che canto
è forza di memoria e sentimento

e oggi nient’altro che il frammento
sembra ci sia dato per istanti,
tu pure tentalo, se puoi, come tanti
durando un poco oltre quel vento…

Gianni D’Elia (Pesaro, 1953), da Congedo della vecchia Olivetti (Einaudi, 1997)


Non si finiscono mai i sogni

Non si finiscono mai i sogni
non si finiscono le fiabe.
I bambini girano la faccia
un attimo prima della paura
respirano forte fin dentro la notte
fanno buia la stanza: la guardano
da un’altra parte la luce.

Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, 2017)


Chi ha mai scritto con febbrile incanto

Chi ha mai scritto con febbrile incanto
della troposfera di Saturno,
dei bianchi anelli di ghiaccio
su cristalli di ammoniaca bellezza,
che ha mai cantato l’immensa
tempesta di Giove, la fulgida macchia
rossa che ingigantisce e travolge
la distanza, o chi ha mai detto
dei picchi di luce eterna
sopra i respiri chiari del polo lunare,
là dove è davvero per sempre,
amore o niente che sia,
il sempre per noi, uomini o passaggi
di un cosmico avvenire?

Fabrizio Bernini (Broni, 1974), da Il comune salario (Mondadori, 2019)