I sensi

Il pesco che vedo fiorito tra i cumuli della città di Milano non è l’idea della vita che vince il cemento ma solo un’aria di cemento, una vita di cemento nel pesco, la mia vita. La nostra vita elusa sopra i tetti.

Allora guardo la forma del pesco,
scavo nella sua chioma piccola di ladro
la parola pianta, la parola parola
che lo possa salvare
che mi possa salvare e provo a dire: sì,
per la forza di una parete, sì,
perché il tempo ripeta
tante volte la stessa stagione
e mai nella mia casa.

Sono sul muro sette sensi
legati l’uno all’altro a due a due, consolidandosi
l’uno, l’altro sparendo senza paura di sognare…

Sono disposti in forma di poesia, che dice:

«Il primo senso
è il senso della gioia, senza scopo, come quando
si rivela una cosa.

Il secondo è quella cosa, resa vicina,
di cui non devi mai parlare.

Il terzo senso è notturno,
dove nessuno vede niente
dove la mente resta uguale.
Il quarto senso è con l’amico fiore,
e tu e lui siete una cosa
abbandonata sotto un cielo chiaro.

Il quinto senso è lontano dall’amore.

Il sesto senso è non di te.

L’ultimo senso è tutti quanti,
settimo senso inespiabile,
indurisce
la parola in parola, il muro in
muro».

Umanità minuta,
della stessa sostanza del mio cuore,
fammi dei morti e io sarò salvato.

Stefano Dal Bianco, da Ritorno a Planaval (Mondadori, 2001; Lietocolle-pordenonelegge, 2018)

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