Le bambine dagli occhi fermi

Le bambine dagli occhi fermi
avanzano fra i giocattoli
col passo delle prede cacciatrici
si innamorano lentamente
delle cicatrici, vedono maniglie d’oro
dove un tempo non c’erano
neppure serrature.
Si prendono cura del proprio corpo
come ci si prende cura di un neonato:
lo allattano lo puliscono lo vestono
lo fanno sentire voluto.

Le bambine dagli occhi fermi
si lavano i denti con tanta foga
poi corrono sul letto a fare capriole
per rompere la maledizione
e quando ritornano a dormire
mettono la testa sotto il cuscino
per non sentire
che è possibile anche l’amore.

Naike Agata La Biunda (Catania, 1990), da Accogliere i tempi ascoltando (Lietocolle-Pordenonelegge, 2017)

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Rose

Omaggio a Ingeborg Bachmann

Voglio rose, rose da far fiorire, tempeste di rose, rose fruscianti frustanti rose lamine rose spioventi rose che spieghino tutto che mi raccolgano tutta in un mazzo e mi portino come omaggio alla giusta porta, e senza biglietto che m’accompagni.

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977), da Alfabetiere privato (Lietocolle-Pordenonelegge, 2016)


Il chiostro

Non si può essere figli, lo si deve. 
Brera era qualcosa a cui appartenere 
meno, ma meglio. Vivere con questo, 
farsi come porte aperte, come isole discretamente
naufragare dentro l’iride. Con il corpo chiuso 
di una copia il magma sogna ancora 
il sogno di una forma, seguita nel chiarore 
ellenico di un fauno; altri torneranno, per partire 
in uno scatto d’elitre. C’è chi ha detto io 
stringendo tra le mani cupole di erba raggelata, 
cadendo dietro i tetti la sera chiude gli occhi 
di Prussia. C’è chi ha detto di si a tutto questo, 
e chi dice di noi, tacendo. 
E ancora io non so di cosa andare fiero 
se mi applaude dal cortile il volo di un piccione. 

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988), da Opera in terra (Lietocolle-Pordenonelegge, 2016)


Borgo con locanda

Come in un volo la corriera mi ha dato lo spiazzo con la facciata.
Era bello, i calzoni che cadevano larghi sulle scarpe grosse,
stare in mezzo alle foglie qua e là.
Mattine senza sapere di essere in un posto, dentro una vita
che sta sempre lì, e ha la fabbrica di alluminio, i campi.
Si muove il bancone quando si parla,
le finestre con i vasi, le tende minutamente ricamate.
Fuori i cortili corrono piano, le foglie vanno piano sotto le mucche.
Il cielo gira verso Cividale, gira la bella luce
sulle manine che avevamo, che è stata la vita essere vivi così.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)


(Recanati, 4 aprile 1824)

4 aprile del ’24. Nevica
su Recanti. Domenica di
Passione, avverte una chiosa – ma è l’altra
della neve ad aggiungervi di suo
una passione in più, e più certa.
L’anno
delle Operette. Ma qui, sulla carta
4057, il nome
di Newton ha appena portato un brillìo
e uno spegnersi come d’astri.
Nevica.
Penso si possa immaginare l’ora
di questa nota, e vedere la mano
dell’annotante.
È il primo pomeriggio:
frugalmente sfamato e dissetato,
torna di sopra, s’incanta
alla finestra consueta, esulta
ride tra sé bambino
per quel che fiocca sul gialliccio, toppe
alternatisi al bruno, di colline
da sempre fra le più tristi del mondo
……

Silvio Ramat (Firenze, 1939), da Pomerania (Crocetti, 1993)


Al parchetto dell’autostazione

Tutto è bello,
mi dici entrando al parchetto
dell’autostazione,
mio dolce uccelletto, anche se
il dromedario di legno è scassato, lo scivolo
è arrugginito, il percorso ondulato d’assito
in più punti è sdentato, l’intero settore
che doveva essere musicale
con l’altalena sonora, il simil-pianoforte d’acciaio a pedale,
è guasto, non funziona più niente, i vandali
si sono portati via le manovelle che azionavano
l’organo pneumatico al centro del piazzale, qualcuno
ha otturato col chewing-gum
la trombetta sospesa, a soffiarci
ora emette uno strido lamentoso, nasale –
ci veniamo
al mattino, anche se non c’è mai nessuno,
in altre ore pare sia meglio
stare alla larga: zona di spaccio, si dice
e si vede a un tratto da certi
movimenti loschi, bruschi assembramenti e scatti, scambi, sotterfugi
dalla parte delle altalene: del resto anche di buonora
all’incrocio vicino, stretta in tubino, s’è vista
sostare in assetto professionale più di una “signorina” –
ma ci veniamo
volentieri, anche solo per una mezzoretta – ogni strumento
benché rovinato, ogni gioco
benché rotto o proprio perché
rovinato, perché rotto, ogni panchina
imbrattata apre ad usi impensati, scaturigini
ignorate del senso – e ti basta
per centuplicare palmo a palmo la negletta porzione
che il mondo, la città dichiara di serbare
ai suoi cuccioli, ai suoi puri futuri:
che si arrangino – completo in silenzio

Paolo Donini (Modena, 1962), inedito

-consigliato da Emilio Rentocchini


Io non riesco

Io non riesco 
a ricordare il canto; e questa terra 
senza di me, prima di me. Le luci 
la voce la strada. Il bacio l’abbraccio 
la penetrazione mani urlo 
questa festa che comincia e non è data mai 
terra senza di me, dopo di me. Ci sono state 
grotte, torri, civiltà. Ma bisogna 
arretrare ancora; bisogna cercare. Stare 
nei muscoli addome contratto a spinta 
il passo prima. Nascere non è 
generare; oggi bisogna dare 
vita alla vita. 

Tommaso Di Dio, da Tua e di tutti (Lietocolle-Pordenonelegge, 2014)