La cavalletta sulle scale

Non fu empio il mio piede: si fermò
in tempo per non cancellarti, cavalletta.
Non so da che cosa ti avvertii:
so che passò la fretta di rientrare

a casa: e mi curvai, a guardarti:
eri regale, delicata, assente
come nessuna donna è: muta
come un monile, ma insistente

tentavi lo scalino troppo alto
per te. Ti avvicinavi con delle zampe
che parevano passive, meccaniche, tanto
erano oscillanti e filiformi, e cominciavi

di sbieco la risalita, con una specie
di fatica, di impassibile
tremore. Più lunga e magra del mio
indice e chiara, color avorio, è

possibile? Salivi e poi tornavi
giù, padrona appena dei tuoi movimenti;
e io sempre più curvo sino a guardarti
negli occhi lucenti, nerissimi.

Eri forse così vecchia, o l’autunno
iniziava a poggiare su di te
la sua mano che fa freddi,
fragili? Ma perché volevi salire

quello scalino, perché ti affaticavi, per
raggiungere la cima, dove c’è
la mia casa, e perché mi hai fermato,
per dire cosa?

Giuseppe Conte (Porto Maurizio, 1945), da Le stagioni (Rizzoli, 1988)


risate nella notte

la tavola sopra lascia
che il vino leghi  labbra alle parole
e amici spalla a spalla
ma sotto, proprio là tra il buio
si aprono promesse
tra pelle e gambe e ossa conficcate
che il passo asciutto
conosce nelle scarpe quel limite
bordo che intero unisce
bene e male: al centro
dove il silenzio inventa la paura
dove scordo le frane della vita

e intanto le risate della notte
si sfanno a una a una senza amore

Gabriela Fantato (Milano, 1960), da Northern Geography (Gradiva Publications, 2002)