Capodimonte d’estate

Capodimonte d’estate.
Pare una spiaggia urbana,
con le donne qualche volta sedute sulle sdraio,
una o due, sul balcone
e gli uomini al loro posto la sera,
mezzo addormentati, davanti alla televisione
accesa dentro alla sala, con la stessa distanza del cinema
e lo stesso volume stereofonico.

Nella mia parva casa lo spettacolo preferito sono loro
queste famiglie grandi.
Noi difatti siamo soli, figlio e figlia di padri disuniti;
vicino il suo, mai più di un’assenza settimanale, e sempre sempre lodato.
Combattuto il mio, lontano, neppure semestrale.
Perso negli anni e poi riconosciuto.

Rossella Tempesta (Napoli, 1968), da L’impaziente (Boopen Led, 2009)


Sogno, o la terza riva di ogni fiume

il verde è il più crudele dei pugnali
ma un sogno     è abbarbicato come un crimine ai campi di ieri
abbarbicati alle sedie di legno di ogni albero di pino
i morti cominciano la scuola

colui che sogna     deve
seguendo una primavera scorrere in questo fiume
seguendo il fiume     battere la terza riva fra le bianche ossa

questo bianco amore né esistente né illusorio
eppure che costringe al rischio la rosa quotidiana
ti fa tornare al passato in mezzo ad un incendio
una musica eseguita fin dall’infanzia è sempre più spaventosa all’ascolto
ferita tenuta fresca dall’oscurità     come la stanza della notte
anche una mano premuta sul cuore ha un’eco
sempre più vuota     assediata dal fondo del fiume
solo in sogno riconosce     la malasorte che i poeti non riescono ad evitare

è la tua stessa malasorte
l’intera vita è una notte ad occhi sbarrati
la terra che vedi in sogno sprofonda incessantemente sotto i tuoi piedi
quando affonda nella carne     è profonda come la caduta nel
vizio     sulla terza riva nessuno che dorma o si svegli

Yang Lian (Berna, 1955), da Dove si ferma il mare (Scheiwiller-Playon, 2004)


E poi la cosa più stupefacente

E poi la cosa più stupefacente
è che noi siamo parenti del niente,
tutti, tutti, sì, dimmi di no,
fammi il piacere dillo, tanto per sentirlo,
dimmi che questo niente è titolato
pari di Francia, sapiente della Chiesa,
agente immobiliare ormai insediato
al centro storico o in qualche via adiacente.

Patrizia Cavalli (Todi, 1947), da Poesie (Einaudi, 1992)


C’era ancora silenzio nella via

C’era ancora silenzio nella via, nessuno avrebbe mai visto, né saputo niente di tutto quello che stava succedendo lì, se un fiore di plastica non fosse caduto dal balcone del primo piano, attirando l’attenzione sulla casa, nella finestra, nel riflesso dello specchio che gridava. Finiscono così i pudori, i segreti, le bugie storte dentro i muri, tra gli stipiti bianchi, sui cuscini.

Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Interni con finestre (La Vita Felice, 2009)


non congiungere le mani per pregare

non congiungere le mani per pregare
se non sai cosa sono

se non hanno mai fatto l’amore
se non le hai mai scese in terra
sprofondate sepolte
e aspettate con pazienza
risorgere

se non hanno mai coperto per vergogna
la tua fronte
Anna Maria Farabbi (Perugia, 1959), da Abse (Ponte del Sale, 2013) 

-consigliato da Elia Malagò


Svuotare le parole

Svuotare le parole,
far tacere le voci.
Arrivare al punto
in cui si resta muti,
nel mondo, e sperduti.
Quando ci si scopre feroci
con se stessi,
e si tocca il fondo.

Alida Airaghi (Verona, 1953), da Il silenzio e le voci (Nomos, 2011)


Meccanismo infernale

In balìa di una grande occasione d’angoscia,
stupida e falsa, irrilevante
come ogni occasione d’angoscia,
saper bene cosa dover fare, e farlo,
è tutta un’altra cosa.

Ma la peggiore delle cose è farne,
per salvarsi, un argomento di scrittura
come farebbe il più imbecille dei poeti.

Non ci si muove d’un passo verso
la salvezza, ci s’infogna,
si gira attorno alla cosa da fare
deliberatamente, con il diavolo in testa.

Ci si affeziona al dolore e alla rabbia
e si vorrebbe non sapere
la via d’uscita,
che è lì davanti bella spalancata
ad aumentarci l’impotenza
del non volerla prendere
pur sapendo che è buona.

Così, dicevo, sragiona l’imbecille,
e meno uno lo è
più si scava la fossa all’inferno.

Poesia, schifosa scappatoia,
sparisci, via, dalla mia vita.
Stefano Dal Bianco (Padova, 1961), da Prove di libertà (Mondadori, 2012)