Scenari di un’estate

scenari di un’estate
o pochi giorni: sguardi

spenti che durano

sottrazioni cancellature aneliti

gli amici morti nei sogni
insieme ad altre cose festose

Giorgio Manacorda (Roma, 1941), da Tracce (Guanda, 1977)


Amore

Somiglia a un pigiama e ha un odore di lama
e ci sono altre cose: l’asciugamano che si può scambiare
le poltrone vicine davanti al televisore
l’insofferenza per le reciproche mancanze
che però si svuota come si fa con le buste della spesa.
Molte leggende, il sesso sopravvalutato
ma non la solitudine che segue.
Il resto è molto poco.

Quando morì mia madre mio padre radunò i vestiti,
se li mise sul petto, un cumulo di stoffa
e restò a lungo così, sotto quel peso di calore,
una notte e un giorno,
per poi alzarsi e innaffiare
le piante già secche sul balcone

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Historiae (Einaudi, 2018)

-consigliato da Azzurra D’Agostino


Transito


Giocarsi con qualcun altro la partita della fedeltà, sapendo a memoria tutte le mosse: poi stupirsi della loro perdita di significato, direttamente proporzionale alla leggerezza che hanno assunto e alla calma che danno. Lo pagheremo il disinteresse, la non-voglia di farsi la guerra. Questa maturità così simile all’insufficienza.
L’auto-convinzione, la bottiglia d’acqua vicino al letto: tutto concorre alla ricerca di un sonno tranquillo e senza colpe. Tu resti indietro, fingo di non guardarti, mi addormento, mi sposto. In sogno ogni tanto mi raggiungi, mi prendi per la manica, mi chiedi se è vero che non parliamo più. Vorrei chiederti scusa, ma ho giurato di stare zitta e di non voltarmi. Restiamo così, come si fosse già morti e narrati: preservo dal rischio di dispersione rovinosa un vecchio mito, osservo il meno possibile.
Immagino guarigioni miracolose, una salute impeccabile – poi mi sveglio, scrivo un sms, ricevo la consolazione del display luminoso, mi addormento ancora, precipito nel vuoto, mi sveglio. Mentre chiudo gli occhi penso che ho avuto fortuna.


Francesca Ippoliti (Napoli, 1988), da La linea del davanzale (LietoColle-Pordenonelegge, 2019)


Perché sì

Noi diamo sulla voce a chicchessia.
Diciamo perché sì
così è
si deve
bisogna.
Non parlano, tu dici, gli animali.
Una lingua e non il cibo
indicibilmente ci divide: noi
e loro. Parlano invece:
silente si avvicina e mi tenta con il muso
dov’è più molle, dietro le ginocchia.
Ma poi, la dignità non gli concedo
di essere ascoltato.

Giovanni Turra (Mestre, 1973), da Con fatica dire fame (La Vita Felice, 2014)


Sono sceso nella luce

Sono sceso nella luce
arancione, nell’asfalto
Buio – Notte
che sporca i pìe
ad arrotolare
le Strisce Pedonali.

Le meto a sugar
con cura, di traverso
alla vita
prima di attraversarla.

Ho fari abbaglianti
abbastanza per
strade scure senza sfalto
da salvare la vita
dei ricci con fegato.

Io l’ho visto l’Uomo Nero
spuar calìgo tirando sassi
ai soli artificiali
per veder le stelle
sonnifero del buio.

Serviva il Black – Out
per capire che il buio
non si era sbiadito
mentre il treno
indormensà delle
6 e 20
pol anche fermarse,
proprio adesso,
nella stazione in mezzo
al mare.

Piero Simon Ostan (Portogruaro, 1979), da Il salto del salvavita (Campanotto, 2006)

 

 


Progettava così la sua vita

Progettava così la sua vita. Dalla finestra misurava il tempo delle cadute: degli stracci, delle pattine appena lavate, delle bottiglie di plastica schiacciate. Prendeva appunti: vento, attrito, condizioni variabili della temperatura, l’impatto delle cose sul terreno, lo scomponimento dell’oggetto, le fratture irreparabili. Aveva trent’anni, era lì da poco. Abitava al quarto piano della casa nuova: quella che non c’era quando ero piccolo, quella fatta sul posto della fabbrica di gomma e cerchietti, vicina al rottamaio che stortava tutto. Distruggeva.

Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Interni con finestre (La Vita Felice, 2009)


Cambio le belle lenzuola di bianco

Cambio le belle lenzuola di bianco
tiro per bene, nessun increspo né piega
nessun millimetro pendente fuori dalla
armonica stesura del bene. Qui dorme
lei, qui lui. Si vede non so da cosa.
Qui lei e lui si scambiano segni evoluti
della specie, accostano forma a forma
mettono tutti i respiri in un posto, insieme,
setacciano il mondo nella camera buia
e l’ultimo che s’addormenta sente l’altro
andare lontano, nel suo respiro di lottatore
che ha mollato la presa.

Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951), da Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006)