Uno dei miei io dorme sempre

Uno dei miei io dorme sempre,
dietro i miei occhi c’è sempre un occhio
chiuso – così il mio cervello è nutrito
e intanto posso guardare la terza stagione
di Gomorra, Bucks Cavaliers, sfornare
articoli, mangiare con, bere con,
forse innamorarmi, forse fare
la scelta consapevole di avere figli,
provare a dare forma al mondo come
in questa poesia, crescere, crescerli,
meditare su come svegliarmi.
Marco Villa (Lecco, 1989), da Un paese di soli guardiani (Amos, 2019)

-consigliato da Simone Burratti


Raccolto

Questi tetti spinosi     dopo la trebbiatura
risplendono sull’aia estiva
questi cieli che si sono esposti al sole d’improvviso anneriscono

il mare si restringe     argentee tegole abbaglianti
due alberi si precipitano in direzioni opposte
due carestie     seminate con il grano di un uomo

la morte dell’anno prossimo è già obsoleta
il sole s’è spezzato il collo
i tuoi occhi     spianano e smascherano la città folle

Yang Lian (Berna, 1955), da Dove si ferma il mare (Scheiwiller-Playon, 2004)


Primo posto (Novembre)

Novembre è la direzione presa,
venuta dall’argento delle creature
nel rumore di una sorgente.


Scrive fitta l’edera l’agenda delle ante,
il nucleo del cespuglio emette buio,
i moscerini gonfiano l’aria
alla velocità del sonno.


Ho ricevuto tutti i soldi del pensiero,
le cascate sono cunei di ossa cave
e ghiaccio; non c’è posto per nient’altro,
solo il crepitio di questo sangue–Lombardia.

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988), da Opera in terra (LietoColle-Pordenonelegge, 2016)


L’erosione non ha fine

L’erosione non ha fine.

«Il resto è sospiro. Simulazione.
Miseria della bocca».

Domenico Brancale (Sant’Arcangelo, 1976), da Per diverse ragioni (Passigli, 2017)


La cavalletta sulle scale

Non fu empio il mio piede: si fermò
in tempo per non cancellarti, cavalletta.
Non so da che cosa ti avvertii:
so che passò la fretta di rientrare

a casa: e mi curvai, a guardarti:
eri regale, delicata, assente
come nessuna donna è: muta
come un monile, ma insistente

tentavi lo scalino troppo alto
per te. Ti avvicinavi con delle zampe
che parevano passive, meccaniche, tanto
erano oscillanti e filiformi, e cominciavi

di sbieco la risalita, con una specie
di fatica, di impassibile
tremore. Più lunga e magra del mio
indice e chiara, color avorio, è

possibile? Salivi e poi tornavi
giù, padrona appena dei tuoi movimenti;
e io sempre più curvo sino a guardarti
negli occhi lucenti, nerissimi.

Eri forse così vecchia, o l’autunno
iniziava a poggiare su di te
la sua mano che fa freddi,
fragili? Ma perché volevi salire

quello scalino, perché ti affaticavi, per
raggiungere la cima, dove c’è
la mia casa, e perché mi hai fermato,
per dire cosa?

Giuseppe Conte (Porto Maurizio, 1945), da Le stagioni (Rizzoli, 1988)


risate nella notte

la tavola sopra lascia
che il vino leghi  labbra alle parole
e amici spalla a spalla
ma sotto, proprio là tra il buio
si aprono promesse
tra pelle e gambe e ossa conficcate
che il passo asciutto
conosce nelle scarpe quel limite
bordo che intero unisce
bene e male: al centro
dove il silenzio inventa la paura
dove scordo le frane della vita

e intanto le risate della notte
si sfanno a una a una senza amore

Gabriela Fantato (Milano, 1960), da Northern Geography (Gradiva Publications, 2002)


Solo una volta ho visto piangere

Solo una volta ho visto piangere
mio padre, una sola al principio
della sua tenebra e mai più.

Piangere come piange chi si oppone
da solo alla vita che si disfa
inclemente, ormai paurosa.

Nessun armistizio nella discesa
nessun risanamento a portata.
Solo io che mento sul futuro.

Antonio Riccardi (Parma, 1962), da Tormenti della cattività (Garzanti, 2018)

-consigliato da Stefano Dal Bianco