Fossi nel pianto, nel rovescio della medaglia, nel disordine

Fossi nel pianto, nel rovescio della medaglia, nel disordine.
Fossi nelle nove code dei gatti, nei numeri divisi, moltiplicati.

Fossi nelle finestre aperte su cortili sbagliati. Fossi varianza, polimetria.
Fossi plurale, incerto, tradotto. Fossi piega della mano.

Altro e identico.
Leonardo Barbera (Catania, 1979), da Varianze (Ladolfi, 2015)

-consigliato da Antonio Lanza


Accumulavi cifre, ordine, controlli

Accumulavi cifre, ordine, controlli
e invece accrescevi sempre di più
l’ignoto. Credevi di essere
in un luogo certo
e invece eri in un altro, sconosciuto.

Il costruito, il detto
è il passato,
appena è compiuto e detto
è stato.
Non c’era altro da fare
che affidarsi all’ampia discesa
e scendere, lasciarsi alle spalle le alture
e scendere,
scendere ancora più in basso,
in silenzio.

Cesare Viviani (Siena, 1947), da Credere all’invisibile (Einaudi, 2009)


Vigilia

Uno strato spesso ci chiude il cielo
e tutto è rivelato: l’albero di giuda
spoglio nel giardino, la solitudine del cane,
l’agrifoglio rosso che guida lo sguardo nella fratta.
Siamo chiusi qui dentro noi, che aspettiamo qualcosa,
il compimento del nostro tempo forse, forse la fiammella
che pure tiene nello spiffero invernale. Fa male
certe volte sapersi vivi, così esposti al lato d’ombra
inadatti, distratti, diseguali, giusto un po’ troppo, o appena meno.
Non proprio fuori del secolo, ma appena, un poco,
a lato. Il volto sfocato della foto, quello che s’è girato,
che è venuto non proprio male, ma gli occhi erano chiusi.
Come sarà il tempo a venire? Nevicherà? Avremo figli?
Barcollano i palazzi nel buio, le ombre
li divorano piano. Avevamo un’altra idea degli eroi
che non queste tiepide case. Dai vetri spiamo
i passanti. Un forestiero che ama la città, i bui
tra l’uno e l’altro lampione. È questo quello che siamo?
Perdersi, stupire, essere come possiamo.

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977), da Alfabetiere privato (LietoColle-Pordenonelegge, 2016)


Che tu sia mansueto, mio eterno palpitare

Che tu sia mansueto, mio eterno palpitare
più di adesso, domani.
Lo ammetto al cospetto dell’asterismo estivo:
in me ancora tanto da sfamare.
Ma tu, palpitare stanco
continua il canone inverso
del più intimo inizio
quando due volte la palla superò
la soglia
della porta e io le cosce stremate di mia madre.

Ammettilo
nessuno ci viene a chiudere gli occhi la notte
eppure, nella silenziosità degli insonni
si ostina a rimbombare il muscolo

e da quella finestra sul tetto
su cui ogni tanto camminano i gatti
non manca di entrare la luce:

Macari oggi podormiri, pupa.
Lu jornu ti voli frisca e senza piccatu!
Biniritti li to peni, biniritta gioia antica.
Dormi dormi, cacciatura!

[Anche oggi puoi dormire, piccina./ Il mattino ti vuole fresca e senza peccato! / Benedette le tue pene, benedetta gioia antica./ Dormi dormi, cacciatrice!]

Naike Agata La Biunda (Catania, 1990), da Accogliere i tempi ascoltando (LietoColle-Pordenonelegge, 2017)


Mie amate mattine

Mie amate mattine
quando tutto vuole esistere!
La domenica a teatro a godere della bellezza
con il vento fra le orecchie,
il passo snello, sicuro, Venezia
monamour. Sto in un film. A pranzo in due
un’insalata di cozze e il bianco fresco
che va giù da solo. Il mondo scivola,
un gabbiano sull’argine divora le carcasse.
Quanto tempo mi rimane?
Ma non è neanche questa la domanda,
ho nostalgia.

Maddalena Lotter (Venezia, 1990), da Verticale (LietoColle-Pordenonelegge, 2015)


Nella lingua dei tuoi antenati

Nella lingua dei tuoi antenati
la parola amore se esiste è letteraria,
in mezzo ai campi si fa altro, in amore
è la patata che si squaglia, un raccolto
impazzito, è in amore un uomo che sbanda,
il bestiame che non obbedisce;
bastava allora il voerse ben.

Nella lingua dei miei antenati,
preti, ufficiali e mercanti,
l’amore viene versato altrove
e se avanza, all’amata – bisogna quindi, disporne;
e ridiamo di quanta zavorra e detriti
trascina dietro di sé la parola amore.

Nel sonno mi dici un po’ dopo, parli tanto
e che dico?, chi ti capisce, parli albanese
mos ikë, mos ikë, mentre ti blocchi
nel disegno del tappeto, të dua, pa ty
parli un tono più giù, tra un mese kam frikë
me kupton, po ti? Continuare così non ha senso,
se ieta eshte varrë, resto ancora qualche giorno
poi me thyenë kurrizin me këto fjalë, më shkatërronë,
non solo screzi, lo sappiamo, mos flitë më
ma ci sentivamo ancora, rastësishtë, gli auguri
magari mi vieni a trovare, magari è solo un sogno,
tra poco mi sveglio, jo, tani  je e lirë,
tra poco arriva il momento
di andare a dormire.

Julian Zhara (Durazzo, 1986), da Vera deve morire (Interlinea, 2018)


Oh, I said

My subject is the soul
difficult to talk about,
since it is invisible,
silent and often absent.

Even when it shows itself
in the eyes of a child
or a dog without a home,
I’m at a loss for words.

Charles Simic (Belgrado, 1938), da The Lunatic (Lit, 2017)

-consigliato da Francesco Maria Tipaldi


Oh, ho detto

Il mio argomento è l’anima,
di cui è difficile parlare
dato che è invisibile,
silenziosa e spesso assente.

Anche quando si fa vedere
negli occhi di un bambino
o di un cane randagio,
mi mancano le parole.