Lido di Venezia (Secondo)

Lasciami in quelle strade
sotto vento e pioggia nera
lasciami sporco di apparenza
i mendicanti sono tristi,
vicino c’è stata la morte
Mahler ancora ferma l’aria
accarezzami un poco ti giuro
che non te ne accorgerai serve
per sognarti più felice.

Marco Molinari (Sustinente, 1958), da Città a cui donasti il nome (Il ponte del sale, 2016)

– consigliato da Sebastiano Aglieco


Il pane velato

Adesso che i piatti sono bianchi
penso che il tuo cibo era un colore
sparso ogni giorno su una tela
fitta di gocce e fibre.
Fermo lì accanto
aspettavo che il mondo fosse pronto
come un bambino nei pressi di un fornello
futuro e antico
dove ribolliva in alto
la sua fame.
E così il tuo cuocere e impastare
diventava una vita
per altre vite,
la catena di tuorli e di farine
dove chi mangiava assimilava il fiato
speso e rubato
all’inerzia scura
di chi non ha le mani per sentire
il rivolo che ci scorre accanto
così sempre figlio.

Luigi Trucillo (Napoli, 1955), da Altre amorose (Quodlibet, 2017)

–  consigliato da Franca Mancinelli


Leggendo Pagliarani

Leggendo Pagliarani
ho amato innanzitutto le poesie
giovanili, il poemetto della ragazza
Carla, che sembra portarsi il nome nella sporta
non come una verità che dovrebbe unicizzarla
agli occhi dei parenti o dei lettori attenti
che leggono di lei cercando un’empatia
che si trasformi in simpatia,
ma che sembra che la bolli come iscritta
ad un gruppo sindacale dai presenti
e dai trascorsi molto poco chiari
sotto i cieli milanesi, sotto i quali ad ogni modo
quella limpida tenerezza delle nostre vite tutte uguali
di tanto in tanto si palesa con la lirica
degli usignoli. E ho amato anche le poesie sparse
e della vecchiaia, non quelle
avanguardiste filastrocche per bambini ingioiellate e imbarocchite
dell’età matura.

(nelle curve statistiche a U
che rappresentano la vita umana
la maturità è il punto che tocca il fondo
ma forse è solo una questione di addii che inaridiscono
e per i quali nessuno è pronto.


Fernando Della Posta
(Frosinone, 1984), da Voltacielo (Oèdipus, 2018)

– consigliato da Sabatina Napolitano


Le silenziose

in camice giallo presto
al mattino adempiono alle pulizie
ordinarie: pulire dai residui
di escrementi i cessi, sostituire
la carta igienica dove manca,
aggiungere il sapone liquido
per le mani, lavare a dovere
i pavimenti. Lasciano andandosene l’odore
delle pulizie comandate, guasti
o intermittenti alcuni dei faretti, strisce
di sporco agli specchi, grumi sparsi
di unto di anni alle piastrelle, velate
di calcare le fontane. Sono donne minute
o corpulente, e le immagini poco
istruite ma piene di forza, puledre
resistenti alle fatiche, indurite
madonne. I forti guasti del vivere
tracciati su visi ormai corazzati,
sembrano
aver fatto di se stesse una collezione
a imbuto di sbagli: da ragazze, giovanotti
e buona sorte si alternarono in ginocchio,
i gradini delle scuole sembrando
un trampolino di tre metri da cui
staccarsi fiduciose per il tuffo; e poi,
come fu che poi l’aria a tradimento
si assottigliò, come fu che al salto
mancò velocità e rotazione, che l’atteso
ingresso in acqua avvenne di pancia,
con incresciosi schizzi dappertutto.
Antonio Lanza, (Paternò, 1981), da Suite Etnapolis (Interlinea, 2019)

– consigliato da Jacopo Ramonda 


Perdonami

Perdonami
per non aver compreso allora
quanto profondo fosse l’amore
questo che ha attraversato
primavere renitenti e inverni caparbi
e approda ora alla nostra estate piena
con lo stesso volto
gli occhi arrossati dal rimpianto
le mani giunte in preghiera
per la grazia del qui e ora
noi liberi dal per sempre
ché eterno sarà l’essere stati.

Lucianna Argentino (Roma, 1962), da In canto a te (Samuele Editore, 2019)

– consigliato da Alessandro Canzian


Ora c’è la disadorna

Ora c’è la disadorna
e si compiono gli anni, a manciate,
con ingegno di forbici e
una boria che accosta
al gas la bocca
dura fino alla sua spina
dove crede
oppure i morti arrancano verso un campo
che ha la testa cava
e le miriadi
si gettano nel battesimo
per un soffio.
Milo De Angelis (Milano, 1951), da Millimetri (Einaudi, 1983)

– consigliato da Tommaso Giartosio


La pietraia

Mai ti potrei pensare sul fondale grigio
dei lavori per vivere: sì, forse, povero
vagabondo, artista di strada, clochard…

Io narciso folico costruito
per ottenere risultati nella vita…
Tu stratosferica sfinge
incapace di volere di pretendere…
Vuoi essere mia amica?

Quando emette sospiri la pietraia
nelle notti di vento
tu fai le domande cretine.
Tua amica? Perché? Come?
Quando mai?
Io ti amo più della mia vita
e adesso lasciami perdere.
Franco Buffoni (Gallarate, 1948), da Jucci (Mondadori, 2014)

– consigliato da Maria Grazia Calandrone