De natura rerum

Lucrèce le savait:
Ouvre le coffre,
Tu verras, il est plein de neige
Qui tourbillonne.

Et parfois deux flocons
Se rencontrent, s’unissent,
Ou bien l’un se détourne, gracieusement
Dans son peu de mort.

D’où vient qu’il fasse clair
Dans quelques mots
Quand l’un n’est que la nuit,
L’autre, qu’un rêve?

D’où viennent ces deux ombres
Qui vont, riant,
Et l’une emmitouflée
D’une laine rouge?

Yves Bonnefoy (Tours, 1923), da Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve (Einaudi, 2001)

Lucrezio lo sapeva:
Apri il baule,
vedrai, è colmo di neve
che turbina

e a volte due fiocchi
s’incontrano, unendosi
oppure uno si volta, graziosamente
nella sua poca morte.

Di dove quel chiarore
in alcune parole
quando l’una non è che notte,
l’altra, solo sogno?

Di queste due ombre
che, ridendo, vanno
e l’una raggomitolata
in una lana rossa?

 


L’eclissi

Dov’era la luna? Il cielo era chiuso
dai tetti, e tutti tendevano
la testa e il collo, per vederla meglio.
E anch’io. L’ho vista farsi rossa.
Ho abbassato gli occhi. Un lampione. Solo,
padrone della scena,
pareva lui la luna
in una notte buia. Illuminava
le geometrie essenziali
delle periferie, e mi domandava,
muto, che c’entrava la luna
l’eclissi e il moto dei pianeti,
con tutti quei palazzi
e quelle strade.

Claudio Carabba (Roma, 1980), da I canti dell’abbandono (Mondadori, 2011)