Fabio Pusterla consiglia “Portovenere” di Philippe Jaccottet

La mer est de nouveau obscure. Tu comprends,
c’est la dernière nuit. Mais qui vais-je appelant?
Hors l’écho, je ne parle à personne, à personne.
Où s’écroulent les rocs, la mer est noire, et tonne
dans sa cloche de pluie. Une chauve-souris
cogne aux barreaux de l’air d’un vol comme surpris,
tous ces jours sont perdus, déchirés par ses ailes
noires, la majesté de ces eaux trop fidèles
me lasse froid, puisque je ne parle toujours
ni à toi, ni à rien. Qu’il sombrent, ces “beaux jours”!
Je pars, je continue à vieillir, peu m’importe,
sur qui s’en va la mer saura claquer la porte.

Philippe Jaccottet  (Moudon, 1925)

Portovenere

Di nuovo cupo il mare. Tu capisci,
è l’ultima notte. Ma chi chiamo? A nessuno
parlo, all’infuori dell’eco, a nessuno.
Dove strapiomba la roccia il mare è nero, e rimbomba
in una campana di pioggia. Un pipistrello
urta come stupito sbarre d’aria,
e tutti questi giorni sono persi, lacerati
dalle sue ali nere, a questa gloria
d’acque fedeli resto indifferente,
se ancora non parlo né a te né a niente. Svaniscano
questi “bei giorni”! Parto, invecchio, che importa,
il mare dietro a chi va sbatte la porta.

(traduz. di Fabio Pusterla, in Philippe Jaccottet, Il Barbagianni. L’Ignorante, con un saggio di Jean Starobinski, Torino, Einaudi, 1992).

Philippe Jaccottet (1925) è uno dei più importanti poeti europei contemporanei. Lo leggo e lo traduco da moltissimo tempo, eppure ancora oggi quando rileggo la poesia Portovenere provo un brivido; e se devo indicare, tra le molte traduzioni che ho provato a fare e che quasi sempre mi sembrano per un verso o per l’altro insoddisfacenti, un testo che mi sembra venuto bene in italiano, di solito penso a questa poesia. Poesia d’amore e d’abbandono, di dialogo con l’assente, di solitudine e disperazione; poesia, anche, in cui ogni elemento del paesaggio e della lingua è investito di significato, ogni sillaba e ogni molecola riassume in sé e in qualche modo esprime un’affettività intensa e sconsolata, e insieme il peso della vita, del crescere e del continuare un viaggio interiore. Non so quanto tempo ho impiegato a frugare tra le pieghe di questi versi, né quante volte ho riscritto e mutato i miei tentativi di traduzione; non saprei forse neppure ricostruire le varie fasi del lavoro (un po’ come non sempre saprei dire con precisione come ho scritto una poesia mia): però in questo caso mi pare che il risultato finale sia buono. Eppure ogni tanto scopro ancora qualcosa a cui non avevo pensato. L’ultima cosa che ho scoperto sembrerà ovvia; ma io ci ho pensato solo pochi anni fa. Il pipistrello che svolazza in mezzo alla poesia giunge qui da molto lontano; è apparso per la prima volta, credo, in una celebre poesia di Baudelaire, uno degli Spleen contenuti nelle Fleurs du mal. Allora: Baudelaire fa nascere la figura del pipistrello, che vola fino alla Portovenere di Jaccottet, che io provo a tradurre e che mi commuove. Anche così, forse, la poesia e i poeti  rimangono vivi, e traversano i secoli.

Fabio Pusterla

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7 commenti on “Fabio Pusterla consiglia “Portovenere” di Philippe Jaccottet”

  1. […] bella iniziativa di uno dei miei siti preferiti – I poeti sono vivi! (iscrivetevi!) – che nel mese di marzo darà a ventitré poeti il compito di proporre un collega e commentarlo; l’esordio promette bene, con la dichiarazione d’amore e tribolazione di Fabio Pusterla per Philippe Jaccottet… […]

  2. icalamari ha detto:

    meravigliosa… Segnalo un piccolo refuso di trascrizione:
    tous ces jours sono perdus
    Un caro saluto
    fp

  3. Andrea Bricchi ha detto:

    Propongo umilmente la mia versione isometrica:

    “Il mare è tenebroso di nuovo. Tu capisci.
    E’ ormai l’ultima notte. Ma chi vado chiamando?
    A nessuno, oltre all’eco, parlo, a nessuno, a nessuno.
    Il mare, dove crollano i massi, è nero, e tuona
    nella propria campana di pioggia. Un pipistrello
    batte le sbarre aeree con un volo sorpreso,
    direi; tutti i dì sono persi e sfatti dalle ali
    nere; queste acque troppo fedeli, e maestose,
    mi lasciano di ghiaccio, poiché non parlo sempre,
    no, né a te, né a nient’altro. Che affondino, i “bei giorni”!
    Parto, mi invecchio e logoro, e poco me ne importa;
    su chi se ne va, il mare saprà sbatter la porta.”

  4. Andrea Bricchi ha detto:

    *A nessuno, oltre all’eco, parlo, – proprio a nessuno.

  5. annamaria ferramosca ha detto:

    mi meraviglio della somiglianza di una mia vecchia traduzione – fatta per diletto mentre divoravo Jaccottet- con quella di Fabio Pusterla. eccola qui

    Il mare è di nuovo scuro. Capisci,
    e l’ultima notte. Ma chi sto chiamando?
    Non parlo, se non all’eco, a nessuno, a nessuno.
    Dove le rocce precipitano, il mare è nero, e rimbomba
    la sua pluviale campana. Un pipistrello
    urta su sbarre d’aria in un volo come stranito,
    e tutti questi giorni si perdono, strappati
    dalle sue nere ali, e la grandezza di queste acque
    troppo fedeli mi lascia indifferente, perché non parlo
    né a te, né a niente. Si dissolvano, questi” bei giorni”!
    Io parto, continuo ad invecchiare, non importa,
    a chi va via il mare saprà sbattere la porta.

    sarei felicissima se Pusterla me ne dicesse qualcosa.
    un saluto a voi tutti,
    Annamaria Ferramosca

  6. massimo ha detto:

    mi permetto di offrire un’altra proposta.
    “Di nuovo cupo è il mare. Tu dici comprendo,
    è l’ultima notte. Ma io chi stò chiamando?
    Fuor che all’eco, non parlo ad alcuno, ad alcuna.
    Dove s’inabissano le rocce, il mare è nero, e tuona
    la sua campana d’acqua. Un pipistrello
    ascende su colonne d’aria in volo che pare stallo,
    tutti i giorni sono sfilati, lavcerati dalle sue ali,
    nere, la maestà di queste acque troppo reali
    mi lascia freddo, giacché nè a te nè al niente
    più non parlo. Affondino questi “bei momenti”!
    Io parto, io continuo ad invecchiare, poco importa
    dietro a chi se ne va il mare sbatte la porta.


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