Tommaso Di Dio consiglia “Giunti da ogni confine” di Agostino Cornali

Giunti da ogni confine
col cranio trafitto dalla cometa

ma il cherubino disse
no, qui non accade
niente,

qui la pista si perde
in un cerchio di rovine
illuminate male

ma loro volevano l’urto dei corpi,
il sudore e la comunione

e il battito nelle vene,
la musica delle sfere
che fa tremare le pareti

 

Agostino Cornali (Milano, 1983), da Questo spazio può essere nostro (Lietocolle, 2010)

 

Questa di Cornali è una poesia che mi perseguita. Spesso bussa alle porte della memoria e mi appare il suo incipit, come un presentimento a cui non so rifiutarmi. Era da tempo che non la rileggevo: mi accontentavo infatti di saperla essere esistita e ancora a disposizione di coloro ai quali capiterà di leggerla. Credo che spesso si impari così a memoria una poesia, non nella esatta sequenza delle sue parole, ma in una specie di tonalità centrale, una vibrazione emotiva che persiste e che resta, che insiste come un taglio, uno scorcio definito sul mondo. Perché questa poesia e soprattutto perché qui? In questo testo si mostra benissimo un aspetto che credo importante del mondo contemporaneo, del mondo in cui viviamo; e lo si mostra attraverso il raccordo fra uno dei nuclei centrali dell’eredità cristiana, la nascita del dio che si è fatto carne, radice antichissima e straordinaria, e un evento così contemporaneo: il rave party. “No, qui non accade\ niente\\ qui la pista si perde\ in un cerchio di rovine”: in questi versi si delinea così bene la nostra condizione desacralizzata, il nostro stato d’animo di “perduti” nel mondo, spaesati e postumi. Eppure al v. 9, introdotto con un potente “ma” avversativo, si sprigiona la potenza impredicabile della nostra età, nuovamente primitiva: tutti siamo chiamati “da ogni confine”, al ritmo pulsante dell’essere e dell’agire; a pretendere, attraverso “l’urto dei corpi”, la vita e ciò che ne fa “tremare le pareti”, ciò che, inesorabilmente, della vita sia il superamento.

Tommaso Di Dio

 

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