Fabio Franzin consiglia “The errand” di Seamus Heaney

“On you go now! Run, son, like the devil
and tell your mother to try
to find me a bubble for the spirit level
and a new knot for this tie.”

But still he was glad, I know, when I stood my round,
putting it up to him
with a smile that trumped his smile and his fool’s errand,
waiting for the next move in the game.

Seamus Heaney (Castledawson, 1939)

L’ambasciata

“E adesso vai, figliolo, corri come il vento,
e di’ a tua madre di cercarmi
una bolla d’aria per la livella
e un nuovo nodo per questa cravatta.”

Eppure fu contento, lo so, quando rimasi in campo,
rilanciandogli la palla
con un sorriso che vinse il suo e la sua ambasciata tranello,
in attesa della prossima mossa del gioco.

Considero Heaney una delle voci più autentiche e concrete della poesia contemporanea, perciò ho scelto una sua poesia. Questa, poi,  la considero perfetta, un capolavoro: in soli otto versi, in due quartine divise fra la voce di un padre e la risposta silenziosa di un figlio, Heaney ha racchiuso esperienza di una vita e eredità, trasferendola sugli “oggetti” del lavoro e della festa: la bolla d’aria per la livella, il nodo della cravatta. Cose assurde come la squadra tonda o lo stampo da salami con cui muratori e contadini si sono da sempre fatti beffe degli apprendisti per farli correre di qua e di là, e così farli crescere.
Ciò che si materializza nelle parole del poeta, fra quei due sorrisi, là, nel campo, è un salvacondotto per non lasciarsi ingannare così facilmente dai tanti tranelli che la realtà insinua fra le verità; per stare attenti, guardinghi in attesa della prossima mossa del gioco.

Fabio Franzin


Fabio Pusterla consiglia “Portovenere” di Philippe Jaccottet

La mer est de nouveau obscure. Tu comprends,
c’est la dernière nuit. Mais qui vais-je appelant?
Hors l’écho, je ne parle à personne, à personne.
Où s’écroulent les rocs, la mer est noire, et tonne
dans sa cloche de pluie. Une chauve-souris
cogne aux barreaux de l’air d’un vol comme surpris,
tous ces jours sont perdus, déchirés par ses ailes
noires, la majesté de ces eaux trop fidèles
me lasse froid, puisque je ne parle toujours
ni à toi, ni à rien. Qu’il sombrent, ces “beaux jours”!
Je pars, je continue à vieillir, peu m’importe,
sur qui s’en va la mer saura claquer la porte.

Philippe Jaccottet  (Moudon, 1925)

Portovenere

Di nuovo cupo il mare. Tu capisci,
è l’ultima notte. Ma chi chiamo? A nessuno
parlo, all’infuori dell’eco, a nessuno.
Dove strapiomba la roccia il mare è nero, e rimbomba
in una campana di pioggia. Un pipistrello
urta come stupito sbarre d’aria,
e tutti questi giorni sono persi, lacerati
dalle sue ali nere, a questa gloria
d’acque fedeli resto indifferente,
se ancora non parlo né a te né a niente. Svaniscano
questi “bei giorni”! Parto, invecchio, che importa,
il mare dietro a chi va sbatte la porta.

(traduz. di Fabio Pusterla, in Philippe Jaccottet, Il Barbagianni. L’Ignorante, con un saggio di Jean Starobinski, Torino, Einaudi, 1992).

Philippe Jaccottet (1925) è uno dei più importanti poeti europei contemporanei. Lo leggo e lo traduco da moltissimo tempo, eppure ancora oggi quando rileggo la poesia Portovenere provo un brivido; e se devo indicare, tra le molte traduzioni che ho provato a fare e che quasi sempre mi sembrano per un verso o per l’altro insoddisfacenti, un testo che mi sembra venuto bene in italiano, di solito penso a questa poesia. Poesia d’amore e d’abbandono, di dialogo con l’assente, di solitudine e disperazione; poesia, anche, in cui ogni elemento del paesaggio e della lingua è investito di significato, ogni sillaba e ogni molecola riassume in sé e in qualche modo esprime un’affettività intensa e sconsolata, e insieme il peso della vita, del crescere e del continuare un viaggio interiore. Non so quanto tempo ho impiegato a frugare tra le pieghe di questi versi, né quante volte ho riscritto e mutato i miei tentativi di traduzione; non saprei forse neppure ricostruire le varie fasi del lavoro (un po’ come non sempre saprei dire con precisione come ho scritto una poesia mia): però in questo caso mi pare che il risultato finale sia buono. Eppure ogni tanto scopro ancora qualcosa a cui non avevo pensato. L’ultima cosa che ho scoperto sembrerà ovvia; ma io ci ho pensato solo pochi anni fa. Il pipistrello che svolazza in mezzo alla poesia giunge qui da molto lontano; è apparso per la prima volta, credo, in una celebre poesia di Baudelaire, uno degli Spleen contenuti nelle Fleurs du mal. Allora: Baudelaire fa nascere la figura del pipistrello, che vola fino alla Portovenere di Jaccottet, che io provo a tradurre e che mi commuove. Anche così, forse, la poesia e i poeti  rimangono vivi, e traversano i secoli.

Fabio Pusterla