Stefano Dal Bianco consiglia “dame e damine luci e villanelle” di Cesare Viviani

dame e damine luci e villanelle
si fanno intorno a lei lungo la siepe
e siede l’agghindata e quando s’alza
sorprende le fedeli e segue un lampo;
mentre si fa il bagliore c’incontrammo
oscuri portantini

Cesare Viviani (Siena, 1947), da Merisi (Mondadori, 1986)

Di che cosa parla questa poesia? Siamo calati nel bel mezzo di un racconto anacronistico, che sembra la descrizione di un quadro allegorico del Rinascimento. Se ci affanneremo a ricostruire i pezzi mancanti della storia, in cerca di un significato univoco, l’avremo persa. Ma la perderemo anche se ci lasceremo cullare dai soli suoni e dalla musica dei versi, tanto impeccabilmente accordati e intonati da risultare spiazzanti.
Il trucco è stare un po’ di qua e un po’ di là; sospendere tutto e far sì che la musica apra in noi una diversa disponibilità ai significati veri, a quelli che si riverberano di sponda in sponda e si sposano ai nostri, a quelli che già abbiamo dentro e che non si possono raccontare.
E se questa lei, questa nobildonna agghindata e incandescente fosse la poesia, la poesia stessa? È qui che ci incontriamo, è qui che ci riconosciamo.

Stefano Dal Bianco


Alessandra Frison consiglia “I won’t say much for the sea” di Robert Haas

I won’t say much for the sea
except that it was, almost,
the color of sour milk.
The sun is that clear
unmenacing sky was low,
angled off the grey fissure of the cliffs,
hills dark green with manzanita.

Low tide: slimmed rocks
mottled brown and thick with kelp
like the huge backs of ancient tortoises
merged with the grey stone
of the breakwater, sliding off
to antideluvian depths.
The old story: here filthy life begins.

 
Robert Haas (San Francisco, 1941), da Nuova poesia Americana- San Francisco (Mondadori, 2006)

 

 

Non parlerò troppo bene del mare
dirò solo che aveva, quasi,
lo stesso colore del latte cagliato.
Il sole era basso
in quel cielo chiaro, privo di minacce,
sporgeva dalla grigia spaccatura degli scogli,
da colline fitte di cespugli verde scuro.

Bassa marea: viscide rocce
marrone screziato ispessite da una
felpa di alghe come le schiene smisurate
di vetuste testuggini fuse con la pietra
grigia dei frangiflutti, eccole che scivolano
fino in fondo ad abissi antidiluviani.
La solita solfa: qui comincia ‘sta vita schifosa.

 

In questo componimento quello che subito colpisce è la mancanza di movimento e di vita che emerge dalla descrizione di un paesaggio naturale. Tutto appare come in una stasi, sospeso in un fermo immagine di un vecchio film. Anche i colori dell’ambiente sono tutti orientati verso una stessa gamma cromatica (giallo, verde, marrone), evocando un’idea di decomposizione (peraltro esplicata al verso 3 con l’immagine del latte cagliato), di abbandono e di morte.
Nessun elemento sembra voler alludere alla vita: il mare è immobile, in una bassa marea senza possibilità di redenzione, il cielo è chiaro e piatto, privo di minacce. Perfino le tartarughe, unico elemento vivente nella poesia, sembrano inanimate, fuse con la pietra grigia, in grado solamente di scivolare negli abissi. Ed è proprio a questa immobilità di un mondo che dovrebbe essere invece attivo, colorato e movimentato che il poeta accosta la vita. Una vita da lui definita come “filthy”, oscena, sudicia, schifosa. La vita inizia da ciò, dal grigiore, dalle rocce viscide e scure, da un mare giallo perennemente in bonaccia. E così l’esistenza dell’uomo potrà conoscere solo questo: una vita irrevocabilmente ferma in una pesantezza atavica, che coinvolge ogni cosa.

Alessandra Frison