Respiro

Uso le virgole
come punti di sutura
per chiudere le ferite,
ma il respiro trova sempre
labbra dischiuse
e col favore della lingua
bacia quel piccolo dolore
fino ad arrivare
al centro della terra.
Tra le cavità orali
la narrazione del sangue
nutre della mia storia
le radici dell’albero
genealogico
le quali affondano le dita
verso il fiume
del tempo che scorre
fino al tuo nome.
Ora la terra trema
e arde magma e lava
la firma di dio
dal vecchio testamento
che diventa principio
d’una nuova primavera
di cui si sente gia l’odore
nelle mani protese
a semina di scrittura.

Raffaele Niro (San Severo, 1973), da Lingua di terra (La Vita Felice, 2013)

 


Ognuno custodisce un male

Ognuno custodisce un male
sceglie un nome alle cose
e patteggia inconsapevole la sua pena,
perché
perché come una voce inquirente
la memoria ci insegue?

Corrado Benigni (Bergamo, 1975), da Tribunale della mente (Interlinea, 2012)


La sconfitta

Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,
le amicizie si fanno più profonde,
l’amore solleva attento il capo.
Perfino le cose diventano pure.
I rondoni danzano nell’aria,
a loro agio nell’abisso.
Tremano le foglie dei pioppi,
solo il vento è immoto.
Le sagome cupe dei nemici si stagliano
sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce
il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,
tu, di me. Il tè amaro ha il sapore
di profezie bibliche. Purché
non ci sorprenda la vittoria.

Adam Zagajevski (Leopoli [L’viv], 1945), da Dalla vita degli oggetti, Poesie 1983-2005 (Adelphi, 2002)


Sogno è città, da un disegno di Jan Fabre

Dove ci sono ancora case vuote, li finisce Roma
si lacera di strade senza targa, dove la notte
è solo mani di rissa e crudeltà di cani.
Guardo lasciando che nel buio
cadano gocce rumorose. L’acqua
che non ha spessore, che non è diretta,
porta il suo ritmo verso il niente,
diviene danza ossessiva di pianeti.
Nessuno sembra sveglio,qui, o sono tutti oltre frontiera
lungo le scale e i corridoi cammino respirando
tornando a casa a bocca aperta, io solo testimone.
Qui la vittoria o la sconfitta sono sconosciute
resta la ferocia delle cose. Non riconosco nulla
dalla finestra, tutto è uguale, è la polvere che vaga
dunque non c’è nient’altro dietro le nostre
vite: se non avessi l’ombra che si disegna sola,
quella di un cane a cui somiglio, sarei davvero
anch’io una cosa, abbandonata tra gli agguati,
di nuovo nel deserto della strada immobile
nel giorno identico a ieri
che arriva tardi, che non si sbaglia mai.

Mario De Santis (Roma, 1964), da La polvere nell’acqua (Crocetti, 2012)

 


L’eloquenza

Con timoroso stupore accedo alla tua nudità
(guizza il pesce di marzo della luce),
inguini, anfratti, e già un corallo pallido
di vene traccia mappe d’eldorado –

Dormi, e il silenzio è cembalo stregato
che percorre il sangue ricongiunto.
Scivola sul pendio di neve azzurra
la mano-luna in brividi e tepori.

Amarti… Ma il linguaggio è una gabbietta
di cornacchie assai rauche. La più saggia
eloquenza sarà tacerti accanto,
mio germoglio che dormi nella neve.

Maria Luisa Spaziani (Torino, 1924) da Poesie 1954-2006 (Mondadori 2010)


Ufficio

Nel profilo dietro la porta a vetri che scorre
non appena entri nel campo d’azione
della telecamera, nessuna sorpresa, solo
si apre pieno il silenzio prima
della domanda di cortesia, il vuoto
di una sala d’attesa
foderata, nella quale sfiorare lo schermo
del telefono cellulare è l’unica forma
di contatto con se stessi – una circolazione fluida
di plasma e sangue – mentre un filo
d’aria condizionata scende dall’alto
e la musica fredda scivola senza fine.
È normale. Siamo qui
complici di questo silenzio e le sorrido
mentre mi offre un caffè. Non so, forse dovrei
dirle di quel Mar Baltico dentro
la sua isola, di quel bianco che vedo.

Il suo corpo scompare veloce
oltre la soglia e lo schermo scuro che stringo
sembra retrocedere verso un’altra epoca,
in un tempo o solco tracciato da altri, non qui,
e per nessuno di noi, che non sappiamo perché
sostiamo in questa veglia, aspettando cosa.
Gabriel Del Sarto (Ronchi, 1972), inedito


A mio padre

Prenderò forse un giorno questo treno
su cui, da molto tempo,
non sarò più salito. Sempre
lo stesso viaggio, i monti da una parte
di là il mare. Non mi starai aspettando
a Pietrasanta dove ti vedevo
dallo scompartimento che fumavi.
Di solito però il treno era un altro
dalla stazione a casa
la camminata breve, il carico
leggero. Era Firenze
e i muri così grigi, e i tetti così chiusi
e l’Arno aperto.
Sono in ritardo mangio
il pranzo riscaldato chiacchieriamo,
e ogni parola tace
più di quanto non dice
costretta nello sforzo di coprire
la cadenza romana
che a Roma, spesso, accentuo,
domenica guardiamo la partita.
La vedo, normalmente,
sdraiato sul mio letto o sul divano
senza di te, lontano.
Il desiderio d’essere a tua immagine
e somiglianza
l’amore, a volte l’odio la paura
d’esserti figlio sotto condizioni
riceverò il tuo affetto solamente
se ti sarò piaciuto.
Per te, forse, lo stesso.
Mi venivi a trovare da bambino:
era il giorno del primo dei ricordi
siamo andati allo zoo, ridevi
e mi sporgevi verso
la vasca degli orsi polari
qualcuno ci ha fatto una foto.
Con te portavi doni
giochi pupazzi e qualche scatto d’ira
che più tardi ho imitato. Firenze ancora
e è notte, la cucina
la scopa a nove carte, tradizione
di famiglia giocasti
col nonno che ho conosciuto appena
la notte prima dell’operazione.
Parli della tua vita, va il mio sguardo
sulla tovaglia a quadri azzurri
e bianchi, ascolto la tua voce
che mi racconta storie, padre a figlio.

Carlo Carabba (Roma, 1980), da Canti dell’abbandono (Mondadori, 2011)