Buon anno

I poeti augurano buon anno a tutti.
Torneranno il prossimo 7 gennaio.


Lascia che il corpo rovesci ogni riparo

Lascia che il corpo rovesci ogni riparo
e lo colmi dei corpi che abbandona
unisci lentamente i giorni
finché luce di luce
non li arda sui bordi
togliendo nomi alla terra.

Scendono nella notte gli orti cittadini
il vento inclina un cespuglio.
Nessuno sa quando sarà chiamato, quale dettaglio
– quale grigio di pietra o di stoviglia –
lo stringerà nel buio
quale parte di pena si staccherà per prima
dondolando in avanti fino a cadere piano intorno al vuoto.

Ora solo il vento davvero riconduce alla notte
e gioghi annunciano altri gioghi
dietro vetri, dietro nebbia inusuale
in questo anno che addensa
ed è appena l’inizio di una maturità più dura.

Antonella Anedda (Roma, 1958) da Notti di pace occidentale (Donzelli, 2001)


lui mi ha potato tanto

lui mi ha potato tanto
lui mi ha tolto la morte:
a pena avresti
riconosciuto il nome
mio o di un altro.
Chiedeva: “Avrà smesso di piovere?”
Io avevo ancora gli anni
per saperlo, per entrare
in casa e uscire
ferendomi o al riparo, mentre lui
seguiva l’accadere con un dito
sapeva dove andavano le vene.

Franca Mancinelli (Fano, 1981), da Pasta Madre (Nino Aragno editore, 2013)


Natale nel paese del tramonto

La luna sopra i tetti già alle tre del pomeriggio
in un cielo svaporato e gelido, scintillante.
Ombre passano tra i portici infilate
in cappucci cappelli cappotti
alla moda occidentale. Sarebbe bello forse
scrivere della Cecenia, della Cina, delle segrete
piante di Kyoto che immobili stanno nella preghiera.
Ma è questo, quel che ci è concesso:
luminarie appese nel freddo, smarrite,
lo scenario noto di mendicanti di cui si diffida,
la malinconia distratta di un popolo che si ama poco.

Azzurra D’Agostino (Porretta Terme, 1977), da Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2012)


Nič o ljubezni

Kako to razumem?
Da brcam v meglo,
a se dotikam.
Vem, nekaj je, nečesa ni.
Pa vendar je lastovka,
vrača se vsakič znova
in se vsakič znova skozi kopreno
obrača k svojim prisluškovalcem.
Ker je James Tate Finec,
sem lahko Španka s predrobno
nogo in drhtečim krilom.
In ob vsem tem še nisem nič
rekla o ljubezni.

 

Lucija Stupica (JelÏah, 1971), da Decametron. Dieci poeti sloveni contemporanei (Litterae Slovenicae, 2009) – Traduzione di Michele Obit.


Niente sull’amore

Come lo spiego?
Che tiro calci alla nebbia,
ma sfioro qualcosa.
Lo so, qualcosa c’è e non c’è.
E comunque è una rondine,
fa ritorno di nuovo e ancora
ed ogni volta di nuovo attraverso il velo
si volge a chi sta in suo ascolto.
Se James Tate è finlandese,
io posso essere spagnola con una gamba
troppo esile e la gonna tremolante.
E in mezzo a tutto questo non ho ancora
detto niente sull’amore.

 


Furono mesi di cometa

furono mesi di cometa
mio padre era ancora in vita
pallido e senza voce
andava e veniva
(andava e veniva)

io restavo coi figli
a guardarla ogni sera
a berne
la luce gassosa con l’anima
– passa ogni
centinaia di anni
illumina pia
grumose distese d’aria morta

non ci saremo credo
dicevo
la prossima volta

 

Roberta Borsani (Rho, 1959), da Il rosaio d’inverno (Fara, 2009)


Io sono sòlo

Io sono sòlo
di vertigine composta.
Incline agli sbalzi,
al circolo lunare.
Devo prima abituarmi
ai tagli del tuo corpo
devo calcolare le cadute,
con la dedizione della sarta
nelle quinte del balletto.

Devi prendermi a mani fredde,
baciarmi quando sono a piedi scalzi
sapere la distanza tra le mie scapole. 

 

Federica Bologna (Rimini, 1995), inedito