Questa ragazza si sottrae ad ogni gesto / antologia, Valerio Magrelli

Questa ragazza si sottrae ad ogni gesto
ed è cieca ai miei inganni, né può
scorgere il filo del mio parlare,
né inciamparvi. Attraversa ogni trama
senza nemmeno sapere a cosa si sottrae,
o forse proprio questo incurante sostare
le dona prodigiosa incolumità. Così,
mi sento quasi una terra abbandonata,
su cui di sera quietamente passeggiano
uomini ed animali; e questa donna
cresce dentro di me, dolorosa
come un uccello vivo nel torace.
Paziente dovrò aspettare
la lenta espunzione di questo corpo estraneo,
che varcando l’orizzonte dei sensi
lascerà di sé solo
la sottile firma d’una cicatrice.

 

Valerio Magrelli (Roma, 1957), da Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980)

 

Nella tradizione lirica occidentale, per antico patto fra chi scrive e chi legge, l’Io ipersensibile (che parla, canta e magari piange) indirizza il proprio atto verbale a un Tu assente: o per malattia/morte o perché innamorata di un altro o perché sottratta al suo gesto d’amore da vincoli convenzionali imposti dalla società. È il riprodursi all’infinito del mito di Orfeo, il cantore così bravo da commuovere le divinità infernali, persuadendole a restituirgli la compagna Euridice morta per il morso di un serpente, ma anche così umano da non resistere alla tentazione di voltarsi per controllare se davvero lei lo segue mentre escono dall’Ade, così perdendola e condannandosi a cantarne per sempre l’assenza. In questo testo, che fa parte del suo primo libro di poesia, il ventitreenne Valerio Magrelli capovolge questa situazione idealizzata e consacrata – nel corso dei millenni – dalla tradizione poetica occidentale. Inizialmente il Tu femminile appare sottratto alla sua contingenza umana di corpo che vive e che si muove nella sua realtà storica, quotidiana. Ma, con il “così” che chiude il v. 7, l’io si definisce non più un soggetto umano bensì una “terra abbandonata”, nella quale “questa donna” oggetto del desiderio diventa portatrice di un dolore assimilabile a quello di un uccello che cresca nel torace: escrescenza malata, animale “altro da noi” che si sviluppa dentro il corpo umano (con le sue ali contratte e impossibilitate a spiccare il volo), prodotto mostruoso e fantasmatico di un doppio processo di metamorfosi. E Magrelli rende magnificamente lo stravolgimento e il conseguente capovolgimento del meccanismo di desiderio amoroso, quando l’oggetto del desiderio viene equiparato a un “corpo estraneo” chiamato a varcare “l’orizzonte dei sensi”. Anche un simile rito di passaggio, naturalmente, comporta una serie di conseguenze metamorfiche, fino a lasciare la traccia – minima ma indelebile – di una cicatrice, il residuo di un’operazione chirurgica, sul corpo del soggetto che ha in tutti i modi inseguito quel Tu d’amore, con “inganni”, certo, ma soprattutto attraverso il filo di un discorso e di una “trama” che coincidono col formarsi e il dipanarsi stesso del testo poetico mentre lo stiamo attraversando.

(Alberto Bertoni)

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