io sono la luce stretta

io sono la luce stretta
la stella sanguinata sopra gli inseguiti
la valle e il tumulo, la tempia e il fusto
sono la veglia rotta nelle mani
l’arbusto, la meditazione

io sono il torace, il torso l’aria io
sono la montagna:
qui di me non ho che il vento
la corsa disperata in questa vita
la gabbia tersa il vetro
la tenaglia
con l’urto che li fece i vivi la parabola
la polvere il peso
e l’incendio in ognuno
per sempre
la luce spezzata
dentro il coro
il precipizio dove ho sanguinato questo

Alessandro Bellasio (Milano, 1986), da Nel tempo e nell’urto (Lietocolle-Pordenonelegge.it, 2017)


L’amour toujours

A Giuseppe Ungaretti e a Henry Miller

 

Amare sempre
amare tutto
l’alba e il tramonto
il seme e il frutto
le onde quando infuriano
la geometria delle stelle
le api dentro i calici
gli sciami delle farfalle
le nuvole che volano
e si addensano in cielo
il vento e la siccità
la grandine ed il gelo
il vino dentro la botte
lo sperma della notte
amare sempre
amare tutto
la rovina e la crescita
la gioia e il lutto
la carne che ti scardina
l’angelo che ti sfiora
la giovinezza torbida
l’esitante vecchiaia
il dio dell’invisibile
dovunque egli ti appaia
amare nei suoi contrasti
la vita tutta intera
e amarla sino alla fine
cercando la primavera.

Giuseppe Conte (Porto Maurizio, 1945), da Poesie 1983-2015 (Mondadori, 2015)

 


Figlio mio, tu ripeti le giocate

“Figlio mio, tu ripeti le giocate
quando il pallone è lontano, riprovi
il gioco quando ormai è stato e triti
con lacrime infantili la gaiezza
di una breve partita.
Provi e riprovi il passo che hai sbagliato,
il tiro fuori tempo,
il lancio troppo teso.
Così vivrai, più tardi. E io vorrei
che tu ti liberassi di paura,
che è l’unico avversario. Ciò che hai fatto
non sia per te la pietra, ma la rosa:
per l’unica occasione, non temere”.

Daniele Piccini (Città di Castello, 1972), da Regni (Manni, 2017)

 


«Ti amo.» «Ho bisogno di un amico.»

«Ti amo.» «Ho bisogno di un amico.»
«Che bella giornata.» «Fumo e non rido.»
«Ti chiamo.» «Il mio pensiero non piace.»
«Sono una donna.» «Bronzi di Riace.»
«Il mare ti assomiglia.» «Sì, ma giura.»
«Terra di nessuno.» «Moda futura.»
«È digitale, guarda!» «Ho mal di testa.»
«Apro la finestra.» «È questa la cesta.»
«Sono malato.» «Mi piace sognarlo.»
«Questo è mio figlio.» «Di questo non parlo.»
«Olio sale pepe.» «È una radura.»
«È morto.» «Vivere tra queste mura.»
Ogni momento è un disallineato
Tempo con l’altro mai ancora nato.

Jacopo Ricciardi (Roma, 1976), da Sonetti Reali (Iride, 2016)


Che qualcosa di me

Che qualcosa di me
possa valere, dopo di me,
anche solo cinque lire più di me,
mi è insopportabile.
Io voglio quel che valgo
qui con me.

Patrizia Cavalli (Todi, 1949), da Datura (Einaudi, 2013)


Sembra quasi che tu non abbia vissuto

Sembra quasi che tu non abbia vissuto
tutti gli anni sconnessi
dopo la rivoluzione, o l’ipocrisia
ingenua di invecchiare
– forse questa gabbia,
la tua sicurezza, o un pezzo
di vita come carne comprata.
Se sapessi quale filo invisibile,
quale corda tesa e bugiarda…
anch’io sotto l’alluvione
sotto al peso incalcolabile?
anch’io vorrei smettere di dirmi
io.

Maria Borio (Perugia, 1985), da L’altro limite (Lietocolle-Pordenonelegge, 2017)


Fedeli al duro accordo

Fedeli al duro accordo
non ci cerchiamo più.

Così i bambini giocano
a non ridere per primi
guardandosi negli occhi
e alcuni sono così bravi
che diventano tristi
per la vita intera.

 

Michele Mari (Milano, 1955), da Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi, 2007)