Buone Feste!

Il blog augura a tutti buone feste. Riprenderemo a pubblicare le poesie dall’8 gennaio!

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Le vecchie travi della nostra storia

Le vecchie travi della nostra storia
nessuno che le voglia. Sobbollire
degli sguardi, marette di parole,
astri toccati e negati subito,

sono mobilia non richiesta. Tutto
è da buttare. Anche gli scrigni
dell’intimo parlare e il sottovetro
di giorni che hanno avuto un senso, via.

Tirarla giù la casa, rifarla
nuova, perché il tempo incide e ciò che era
forse invitto e aveva meccanismi

fertili, il cane delle ruggini
lo ha morso fino a frantumare l’osso.
Dunque addio. Le ruspe sono qui. Bada.

Luciano Caniato (Pontecchio Polesine, 1946), da L’ombra della cosa (Il Ponte del sale, 2017)


(altra ↔ foto-)

Non rappresentato, svuota
le scale di pietra dai viticci di corda,
le scale dove era salito
piccolo, e per pensare ci passeggia –
modulate bene, dei paragoni, e rimane
con la sedia vuota, il vimini o il cedro
dove il padre aveva pressato il tabacco
e i figli il punto di fuoco più povero
e i generati ai loro turni nella fabbrica,
i cuccioli allenati, a divorare
sé – altro.

Manca il gas da quattro anni,
le chiocciole scendono al frusto
dell’intonaco, le scoppature
fatte viola nello sviluppo cyba.

Non tornate indetro: dal vetro
dell’abbaino, il giorno ha smesso.
Perdereste il tempo, senza interruttore.

Rovesciato il baule lì dei morsi
pezzi di giocattoli, non è rimasta cosa
se non, incollate ai muri a secco, ombre –
quando non guardi si spostano

Marco Giovenale (Roma, 1969), da Shelter (Donzelli, 2010)


Dearborn Bridge

Il fumo dell’acqua sul bordo
del fiume che congela, un pomeriggio vuoto,
le barche prigioniere nella luce perfetta di un giorno senza scopo
quando ogni istante basta a se stesso
e alle cose che ripete – il celeste
tra i grattacieli, i viali in ombra,
i nostri volti nelle nuvole riflesse
sui muri a specchio, i passanti che riformano
dietro di noi la parete degli altri –

e i lineamenti dentro le stazioni, mentre dicono
che le persone sono inconoscibili,
cercano equilibri in mezzo ai propri simili,
vogliono placare desideri, essere vive
qualche attimo compiuto oltre il presente,
quando lo svincolo si chiude per mostrare
il lago, le file delle case, queste piante
che incidono il gelo e si conservano, altri esseri
nei vagoni, mentre siedono ed esistono –

e non c’è un senso ma un infinito adattamento,
l’equilibrio impercettibile che una forma
di vita impone a se stessa. Fra poco ti riassorbirà,
una persona che cammina avrà il tuo volto, questo corpo
fatto d’acqua ti sembrerà normale. Copriremo
con le parole il vuoto che abbiamo pututo vedere –
solo disordine oltre le nuvole e i nomi,
i segni splendidi a nascondere le cose.

Guido Mazzoni (Firenze, 1967), da I mondi (Donzelli, 2010)


Quella casa isolata

Quella casa isolata
quasi nel centro del paese
era passata indenne
dalla guerra e dopoguerra
come la salamandra nel fuoco,
adesso sembrava un corpo estraneo
venuto da chissà dove.

Giampiero Neri (Erba, 1927), Armi e Mestieri (Mondadori, 2004)


ci sono tante cose

ci sono tante cose
e poi le porte, chiuse, ovunque;
fai a meno di chiederti cosa celano
cosa c’è dietro (ti raccomando
o forse ti prego): sarà comunque
meno, il segno; vivi sommesso
ma fiero attorno al sogno – lui
ti definisce, non dice come
la parola – valica (si sale)
il passo della vita che cavalca
sola; toccala, per quel che vale
e, davvero, cerca di non farle
male

Fabio Donalisio (Savigliano, 1977), da Ambienti saturi (Amos Edizioni, 2017)


È perenne break, può farlo

È perenne break, può farlo
il ragazzo che gira col carrello dei sandwich,
con la coca cola, e il vetro che lo scopre
non separa, si vede
da moviola come su un manifesto erroneo.
Non siamo avvinti
e soli, si partirà più tardi: aspettiamo
dallo stesso treno le partenze
e gli arrivi, la benefica forma
delle ferie che non sono pane
morso a caso, ma per ora
né tenebre, ma sandwich al salame,
vino bianco su tavola
che in un luogo pubblico è imbandita.

Maria Pia Quintavalla (Parma, 1952), da I compianti (Effigie, 2015)