Na léngua ch’l’an cress ménga, ch’l’as scunsóma

Na  léngua ch’l’ an cress ménga, ch’l’as scunsóma
in el cuseini vedvi, ai let di vec,
bouna a ciamer soul quell ch’l’è dre ch’al sfóma
dre da la lus, deinter l’arseint di spec
in dóve premaveira l’an profóma,
premaveira spieteda con i vec
e al sô baioch ed léngua ch’an cress ménga,
ch’as scunsóma da lonedè a la dmenga.

Una lingua che non cresce mica, che si consuma
nelle cucine vedove, ai letti dei vecchi,
buona a nominare solo ciò che sta sfumando
dietro la luce, nell’argento degli specchi
dove primavera non profuma,
primavera spietata con i vecchi
e il loro baiocco di lingua che non cresce mica,
che si consuma da lunedì a domenica.

Emilio Rentocchini (Sassuolo, 1949), da Lingua madre (Incontri, 2016)

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(prima)

In principio il giorno ha la memoria di una farfalla
è l’ostaggio dell’oscurità che muore. Due fiocchi
di viola nel cielo, era un tempo vuoto e gemello
di una clessidra che sa
d’essere due lacrime dallo stesso occhio
che si baciano, due gocce
che non sanno di vivere nella stessa pioggia,
né di trattenere tanta polvere, che soffierà.

Mario De Santis (Roma, 1964), da La polvere nell’acqua (Crocetti, 2012)


È sufficiente vederlo arrivare –

È sufficiente vederlo arrivare –
e poi il tempo che concede:
quell’immenso lago di pace.
Quel calore vivo. È il suo corpo
la mia cara casa, la mia cura.

Giulia Rusconi (Venezia, 1984), da Suite per una notte (Lieto Colle – Pordenonelegge, 2014)


Provare a non chiudere la frase

Provare a non chiudere la frase,
lasciare uno spiraglio per chi vuole
entrare: che lo faccia senza chiave,
senza chiedere permesso, che metta
pure una parola dove crede. Stare
meglio quando s’intravede un nesso.

Andrea Bajani (Roma, 1975), Promemoria (Einaudi, 2017)


A Giuseppe Ungaretti, visto di notte alla televisione leggere “I fiumi”

Non ho fiumi io,
non ho mai vissuto sporgendo
il volto sull’acqua
che quieta o vorticosa
taglia la città, nobilita o nel gorgo
ruba via tutti i pensieri.
Non ho avuto
gradoni di pietra su cui disteso
perdere sotto il sole
il lume della mente, addormentando.

Ho avuto viali,
strade larghe, rumorose, il getto alto
di tangenziali,
braccia aperte di povera madre
vene da cui entra in città
ogni genere di roba.
Ho avuto viali d’alberi
o rapide vertigini tra l’acciaio di pareti
e vetro oscuro.
Il caos
Li rende identici, sotto la pioggia
sono l’inferno,
sono frenetici.
Ma la notte, quando cade
la notte
si ridisegnano,
viali nuovi
d’ombra e di solitudine,
quando li illumina il lento
collo dei lampioni e lo spegnersi
delle ultime réclame.
Si muovono allora leggermente,
ramificano, forse rotea un poco
tutta la città;
qualcuno finisce
in faccia a un castello, a una
cattedrale, altri smuoiono
sotto i fari arancio di un nodo autostradale –
i viali la notte respirano
con le foglie dei platani, larghe, nere,
le grate dei metro e l’aria nenia
che dorme sui bambini.
Tirano il fiato quando va
il passeggero dell’ultimo tram –
I viali mi danno
una vita speciale,
che non è pianto e allegria
non è, ma una ventosità,
un andare
ancora andare
che viene da chissà che mari,
da quali valli, da grandi fiumi.

Davide Rondoni (Forlì, 1964), da Il bar del tempo (Guanda, 1999)


Traballano le cimase se non si apre la porta

Traballano le cimase se non si apre la porta:
sei un tamburo contro la testa
ma ancora più bello, più duro
della pioggia assassina che mi sfalda il cervello.
Ti fai sentire specie verso le quattro del pomeriggio
e mi vivisezioni il plesso solare
con offerte di acqua e zucchero che straziano
il tendere a, il moto a luogo.
Non posso dimenticarti, semplicemente:
io, vedi, ho dentro grumi, densità insolubili
e tu sei il sale che mi sbrina l’anima.

Laura Di Corcia (Mendrisio, 1982), da Epica dello spreco (Edizioni Dot.com, 2015)

 

 

 


Quando il tempo è così breve

Quando il tempo è così breve
per sognare un canto familiare
il dolore ti renda migliore.
L’immobilità dei frutti maturi
avanza nel lutto di una primavera.
Siamo venuti per invecchiare nel passato
lasciando la barca in mare
remando sotto la notte inquieta
consumando il viaggio
in una trama di seta.

Luigi Natale (Orotelli, 1957 ), inedito