(altra ↔ foto-)

Non rappresentato, svuota
le scale di pietra dai viticci di corda,
le scale dove era salito
piccolo, e per pensare ci passeggia –
modulate bene, dei paragoni, e rimane
con la sedia vuota, il vimini o il cedro
dove il padre aveva pressato il tabacco
e i figli il punto di fuoco più povero
e i generati ai loro turni nella fabbrica,
i cuccioli allenati, a divorare
sé – altro.

Manca il gas da quattro anni,
le chiocciole scendono al frusto
dell’intonaco, le scoppature
fatte viola nello sviluppo cyba.

Non tornate indetro: dal vetro
dell’abbaino, il giorno ha smesso.
Perdereste il tempo, senza interruttore.

Rovesciato il baule lì dei morsi
pezzi di giocattoli, non è rimasta cosa
se non, incollate ai muri a secco, ombre –
quando non guardi si spostano

Marco Giovenale (Roma, 1969), da Shelter (Donzelli, 2010)


Dearborn Bridge

Il fumo dell’acqua sul bordo
del fiume che congela, un pomeriggio vuoto,
le barche prigioniere nella luce perfetta di un giorno senza scopo
quando ogni istante basta a se stesso
e alle cose che ripete – il celeste
tra i grattacieli, i viali in ombra,
i nostri volti nelle nuvole riflesse
sui muri a specchio, i passanti che riformano
dietro di noi la parete degli altri –

e i lineamenti dentro le stazioni, mentre dicono
che le persone sono inconoscibili,
cercano equilibri in mezzo ai propri simili,
vogliono placare desideri, essere vive
qualche attimo compiuto oltre il presente,
quando lo svincolo si chiude per mostrare
il lago, le file delle case, queste piante
che incidono il gelo e si conservano, altri esseri
nei vagoni, mentre siedono ed esistono –

e non c’è un senso ma un infinito adattamento,
l’equilibrio impercettibile che una forma
di vita impone a se stessa. Fra poco ti riassorbirà,
una persona che cammina avrà il tuo volto, questo corpo
fatto d’acqua ti sembrerà normale. Copriremo
con le parole il vuoto che abbiamo pututo vedere –
solo disordine oltre le nuvole e i nomi,
i segni splendidi a nascondere le cose.

Guido Mazzoni (Firenze, 1967), da I mondi (Donzelli, 2010)