Dritta, a piedi inchiodati

Dritta, a piedi inchiodati
attendo la luna.
Per un ennesimo affondo
similitudine e protervia
– scacco agli uomini che non capiscono –
solstizio di una stagione trafugata
dove il silenzio, migliore interprete del senno,
è impercettibile, a volte,
e dove le cicatrici disseminate lungo il cammino
diventano terra fertile per l’innocenza.
Dritta, a piedi inchiodati
attendo la luna.

Ludovica Cantarutti (Udine), da Fuga dalla memoria d’agosto (Biblioteca Cominiana, 1988)


Due ritratti

Un tempo dovevano essere diversi,
i ritratti dei fratelli: lui in posa
contro uno sfondo prevedibile, solenne
(la torre, il castello, l’ampio arco del cielo);
l’altra stanca, dimessa, presa quasi di sghembo
in una stanza poco nobile, magari
la cucina. Adesso che li guardi, con la torre, il castello,
la cucina ormai deserti da anni, sono foto
di una stessa paura, scatti presi di nascosto
nello stesso momento.

Massimo Gezzi (S.Elpidio a Mare, 1976), da Il numero dei vivi (Donzelli, 2015)