La sveglia

La sveglia è sopra tic la scrivania tac e scuote assai tic riverberucci tac come una luce tic illumina al volo tac polveri viola tic ricordi andati tac malanni e dati tic fino a che scorre tac l’ultimo segno tic nero che copre tac Alcuni poeti tic detti barocchi tac o suppergiù tic l’hanno in battiti tac immaginata tic come immagine tac di morte Drin!…

Alberto Garlini (Parma, 1969), da Sottovetro (Circolo culturale di Meduno, 1999)


Adesso dimmi cosa spendere

Adesso dimmi cosa spendere
per raccogliere bugie
tagli che ci permettano ancora
di volerci bene?

Si fanno provviste inutili dentro
queste mura, qualunque sia stato
il nostro nome visto per davvero.

Stefano Raimondi (Milano, 1964), da Il cane di Giacometti (Marcos y Marcos, 2017)


Riprendersi il fiato

Riprendersi il fiato
e tutti i passi
il dovuto e il mancato
arrampicarsi in alto e mandare
lettere al confine esterno
attendere he nuove cose
trovino da sole la strada
l’asfalto che non porta a casa
riconoscersi di spalle
schiena contro schiena
misurare la distanza
a braccia spalancate
aprendo una finestra dopo l’altra
stringendo gli occhi uno alla volta
e poi sentire una voce chiamare
dalla soglia di camere vuote
e ancora trovare le mani ferite
in teche di vetro.

Carmen Gallo (Napoli, 1983), da Paura degli occhi (L’arcolaio, 2014)


È tutto così semplice

È tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.

Patrizia Cavalli (Todi, 1947), da Pigre divinità e pigra sorte


Non basta mai il buio quando la diga del giorno

Non basta mai il buio quando la diga del giorno
tracima oltre l’unica mezzanotte quando i minuti collassano
e nessuno diventa pensieri nelle immagini dove non puoi
scomparire allo sguardo che ti stana nel cieco del sangue
nei millenni delle stagioni.

Gian Mario Villalta (Pordenone, 1959), inedito


Sembra inutile cercare

Sembra inutile cercare,
negli archivi non risulta una primavera
che abbia lasciato una traccia. Soltanto
qualche rude inverno, qualche estate.
Qualche autunno recente forse,
sempre struggente quel finto oro. Ma
le rinascite sono state cancellate
in profondità. Scucite dall’abito adulto.
Un amaro e sorridente esempio
di sobrietà. Evaporate come piccole
pozze di tempo. La stessa
fine delle illusioni e delle spinte
convulse per cambiare le forme
della vita, orme cancellate.
Ogni prima verità richiama l’ultima,
ma l’ultima dimentica.

Marco Ferri (Roma, 1978), da Uscita secondaria (Piero Manni, 2018)


A un tiro di schioppo dal firmamento

A un tiro di schioppo dal firmamento
delle possibilità
la diaspora dei neuroni
inaudita antifona
intona i buzzichii d’un salmo

raduna prati verdeggianti
acque quiete
l’anima mia
il calice ricolmo

morto io morto il mondo
e nulla più che vastità
impassibile al rastrello della storia.

Ma l’insulina precipita
s’ingorgano gli attimi, gli occhi
come buchi nell’acqua
s’increspano al cipiglio

e mi vedo al tuo cospetto

come allo specchio ricurvo.

Fernando Marchiori, da Il ginepraio delle cetere (Liberty House, 1986)