White Christmas

For once it is a white Christmas,
so white the roads are impassable
and my wife is snowbound
in a town untroubled by tractor or snowplough.
In bed, awake, alone. She calls

and we pass on our presents by telephone.
Mine is a watch, the very one
I would have chosen. Here is a song,
the one with the line Here come the hills of time
and it sits in its sleeve,

unsung and unopened. But the dog downstairs
is worrying, gnawing, howling,
so I walk her through clean snow
along the tow-path to the boat-house at a steady pace,
then to my parents’ place

where my mother is Marie Curie, in the kitchen
discovering radium, and my father is Fred Flintstone,
lie and I’ll have your teeth for a necklace, boy,
your eyeballs for earrings,

your bullshit for breakfast,
and my two-year-old niece is the baby Jesus,
passing between us with the fruit of the earth
and the light of the world – Christingle – a blood orange
spiked with a burning candle.

We eat, but the dog begs at the table,
drinks from the toilet, sings in the cellar.
Only baby Jesus wanders with me down the stairs
with a shank of meat to see her, to feed her.
Later, when I stand to leave

my Father wants to shake me by the hand
but my arms are heavy, made of base metal,
and the dog wants to take me down the back lane, back
to an empty house again. A car goes by
with my sister inside

and to wave goodnight
she lifts the arm of the sleeping infant Christ,
but I turn my wrist to notice the time. There and then
I’m the man in the joke, the man in a world of friends
where all the clocks are stopped,

synchronising his own watch.


Simon Armitage
(Huddersfield, 1963), da Poesie (Mondadori, 2001)

Bianco Natale

E lo è, una volta tanto, un bianco Natale,
ma così bianco che le strade sono impraticabili,
e mia moglie è rimasta bloccata per la neve
in una città non toccata da trattori o spazzaneve.
A letto, sveglia, da sola. Mi chiama

e ci scambiamo i regali alò telefono.
Per me un orologio, proprio quello
che avrei scelto. Per lei una canzone,
quella che fa Here come the hills of time
resta quieta nella sua copertina

nessuno la canta, la scarta. Ma di sotto il cane
sbuffa, rosicchia, latra
e allora lo porto fuori sulla neve limpida
lungo il sentiero del canale sino alla rimessa delle barche
il passo regolare siamo dai miei

c’è mia madre, Marie Curie che in cucina
sta scoprendo il radio, c’è mio padre, Fred Flintstone
e un’ospite che emerge dal passato sul volto un’espressione
che dice, menti, ragazzo, e mi faccio una collana con i tuoi denti,
gli orecchini con le palle degli occhi,

e colazione con le stronzate che dici,
poi la mia nipotina di due anni, è Gesù bambino,
passa tra noi con il frutto della terra
e la luce del mondo – Christingle – un’arancia rossa
infilzata con una candela accesa.

Mangiamo ma il cane questua alla tavola
beve dal cesso, canta in cantina.
Solo Gesù bambino mi accompagna di sotto
con un osso per vederlo, nutrirlo.
Più tardi, quando sono sul punto di andare via

mio padre mi vuole dare una stretta di mano
ma ho le braccia pesanti, fatte di vile metallo,
e il cane mi vuole trascinare lungo  la strada buia,
di nuovo verso una casa vuota. Passa un’auto
con dentro mia sorella

e per augurarmi la buona notte
solleva un braccio del Cristo in fasce che dorme,
ma io giro il polso per vedere l’ora. Lì per lì
sono il tizio della barzelletta, il tizio che in un mondo di amici
con tutti gli orologi fermi,

sta sincronizzando il suo.

Annunci


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...