I poeti augurano buona Pasqua a tutti

Tanti auguri di una serena Pasqua.
I poeti tornano mercoledì prossimo.


Roberto Cescon consiglia “Che cos’è la solitudine” di Mario Benedetti

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo ma come se non fossi io.
Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.

Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.

Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.

Scusatemi tutti.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Umana gloria (Mondadori, 2004)

Lo so, è triste, anzi è terribile il fatto di cronaca nera che chiude la poesia. Lo dice anche Benedetti: un’oscenità grande. Ma non ho scelto questa poesia perché rappresenta un autunnale spaccato di solitudine al parco, come un fatto di cronaca cui giunge l’eco terribile del foglio di giornale. L’ho scelta perché mi piace la precisa scelta stilistica di questo poeta, che scava nel solco dell’essenzialità. Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi: / un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota. Si deve sottrarre tutto ciò che non serve nella poesia, in modo che rimanga solo l’immagine netta, pulita. Il risultato di questa operazione qui è estremo, poiché questa scena quotidiana, il materiale di scarto delle parole quotidiane, diventa quasi irriconoscibile. È come se Benedetti facesse avvicinare il lettore alle cose con una lente di ingrandimento per fargli vedere che in realtà ogni parola è inchiodata, irrigidita. Perché noi siamo ancorati alle cose, sebbene pungolati di continuo dai dubbi sul senso di tutto. Che cos’è la solitudine. Alla fine i dubbi e le cose rimangono, ma almeno ci abbiamo provato a scardinarli, con le parole.

Roberto Cescon


Alberto Garlini consiglia “Cara poesia, se tu vuoi venire vieni” di Claudio Damiani

Cara poesia, se tu vuoi venire vieni,
se non vuoi venire non vieni,
fa’ come fossi a casa tua,
con me devi fare così;
solo, non posso io non venire qui
monte, e non posso non ammirare le tue spalle
e non posso non respirare, qui, la tua aria
che mi nutre e senza la quale
non potrei vivere,
non posso non respirare i tuoi colori
che ti circondano, come vestiti
sempre diversi,
e sentire l’odore delle tue piante, e della tua terra,
e con la mano sentire calda
la tua pietra, come testa d’un bimbo.


Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Il fico della fortezza (Fazi, 2012)

 

Il cantico di frate sole venne scritto da Francesco d’Assisi mentre soffriva degli indicibili dolori che lo avrebbero portato alla morte. Nella difficile realtà disgregata della malattia, Francesco vedeva il trionfo della vita in dio, e nelle sue creature. Sole, acqua, fuoco sono nel cantico come il monte, le piante, la terra, la pietra e la testa di un bimbo nella poesia di Claudio Damiani. Bellezza pura e necessaria. Ma bellezza che a differenza della poesia del santo possiede sia tratti panteistici che di fuga. Fuga da un mondo disgregato, che purtroppo ritrova il miracolo della natura e della bellezza quasi come salvezza quotidiana e non come normale possibilità di vita.

Alberto Garlini


Pierluigi Cappello consiglia “Vicinato” di Yang Lian

Affidarsi significa prestare fede in qualcosa. E per il poeta che ho scelto è un atto più che mai necessario perché non sono in condizione di dirvi quanto e se siano ingenti le perdite della traduzione. Dunque, per questo autore, sono costretto a prestare fede alla traduttrice, tanto più che egli individua nella refrattarietà alla traduzione il valore di ogni buona poesia. Vi sto parlando di Yang Lian, nato a Berna nel 1955 da una coppia di funzionari d’ambasciata, cresciuto a Pechino, e, da quando ha pubblicamente condannato le scelte repressive del governo cinese dopo i fatti di Piazza Tian’anmen, esule e cittadino del mondo. Ho conosciuto il suo lavoro l’anno scorso, quando ha vinto il premio internazionale Nonino. La poesia che ho scelto è tratta da “Dove si ferma il mare” Scheiwiller, 2004, a quanto ne so l’unica traduzione in volume pubblicata in italia, se si esclude un’antologia Einaudi, in cui è in compagnia di altri protagonisti della poesia cinese contemporanea. A me Yang Lian piace molto perché è capace di unire una visionarietà antichissima e un taglio occidentale, paradossalmente razionale. Ne risultano poesie che sono sogni lucidi, precisi come lo scatto di un otturatore. Eccovene l’ esempio:

Vicinato (4)

una poesia dei vivi è quanto di più vicino ai morti
una possibile tomba nascosta in cielo
come un’impossibile soffitta        chiude a chiave nella polvere
un ragno o una mosca
i cadaveri sono scatole intagliate che i fantasmi prenotano per abitarvi
aspettando che la mia mano       quando si apre lasci impronte
il topo della scala appena calpestato ritorna in vita

luce risvegliata cent’anni fa
che con stridule grida    taglia via l’ombra della fantasia del poeta
una nuvola in piedi sulle tegole
abituata a decomporsi in caviglie grigiastre
declama quanto di più vicino ai vivi
e come reliquie che rovistano fra le mie dita
esibisce     la vergogna che ogni uomo dovrebbe sentire

Yang Lian (Berna, 1955), da Dove si ferma il mare (Scheiwiller, 2004)


Milo De Angelis consiglia “La gàbia del leun” di Franco Loi

La gàbia del leun l’era de aria,
de aria la mia mama, quèl cappell,
el brasc del mè papà l’era de aria
sü la mia spalla, i mè man che streng,
e aria el rìd di öcc e duls de aria
de quèla vita ch’ù insugnâ‚ l’azerb.
Eren de aria lur, e mì, chissà,
che sun stâ‚ fermu a vardàj andà.

 

Franco Loi (Genova, 1930), da da L’aria (Einaudi, 1981)

 

 

La gabbia del leone era di aria,
di aria la mia mamma, quel cappello,
il braccio di mio padre era di aria
sulla mia spalla, le mie mani che stringono,
e aria il ridere degli occhi e dolce d’aria
di quella vita di cui ho sognato l’acerbo.
Erano d’aria loro, e io, chissà,
che sono stato fermo a guardarli andare.

Il motivo dell’aria attraversa tutta la poesia di Franco Loi. L’aria lo trasporta nel futuro ignoto oppure nelle ombre del passato, come in questi versi segnati dal respiro dell’infanzia. Ed ecco che vediamo Loi bambino, in un giardino zoologico, con il padre e la madre che lo tengono per mano, come in un’antica foto di famiglia. Tutto è invaso dall’aria. La gabbia del leone, il braccio, il cappello, le mani, gli occhi ridenti, tutto un mondo infantile e carico di promesse che Loi ha sempre cantato con la forza struggente della sua voce. La poesia è cadenzata da quest’aria che avvolge ogni cosa e la porta via, compresi i genitori, rapiti dall’aria e condotti in altri tempi e in altri luoghi. Solo il poeta resta lì, fermo, nel turbine delle presenze amate e le vede scomparire per sempre e dà loro l’ultima possibile parola.

Milo De Angelis

 


Domenico Ingenito consiglia “Nel sorriso folle delle madri” di Herberto Helder

No sorriso louco das mães batem as leves
gotas de chuva. Nas amadas
caras loucas batem e batem
os dedos amarelos das candeias.
Que balouçam. Que são puras.
Gotas e candeias puras. E as mães
aproximam-se soprando os dedos frios.
Seu corpo move-se
pelo meio dos ossos filiais, pelos tendões
e órgãos mergulhados,
e as calmas mães intrínsecas sentam-se
nas cabeças filiais.
Sentam-se, e estão ali num silêncio demorado e apressado
vendo tudo,
e queimando as imagens, alimentando as imagens
enquanto o amor é cada vez mais forte.
E bate-lhes nas caras, o amor leve.
O amor feroz.
E as mães são cada vez mais belas.
Pensam os filhos que elas levitam.
Flores violentas batem nas suas pálpebras.
Elas respiram ao alto e em baixo. São
silenciosas.
E a sua cara está no meio das gotas particulares
da chuva,
em volta das candeias. No contínuo
escorrer dos filhos.
As mães são as mais altas coisas
que os filhos criam, porque se colocam
na combustão dos filhos, porque
os filhos estão como invasores dentes-de-leão
no terreno das mães.
E as mães são poços de petróleo nas palavras dos filhos,
e atiram-se, através deles, como jactos
para fora da terra.
E os filhos mergulham em escafandros no interior
de muitas águas,
e trazem as mães como polvos embrulhados nas mãos
e na agudeza de toda a sua vida.
E o filho senta-se com a sua mãe à cabeceira da mesa,
e através dele a mãe mexe aqui e ali,
nas chávenas e nos garfos.
E através da mãe o filho pensa
que nenhuma morte é possível e as águas
estão ligadas entre si
por meio da mão dele que toca a cara louca
da mãe que toca a mão pressentida do filho.
E por dentro do amor, até somente ser possível
amar tudo,
e ser possível tudo ser reencontrado por dentro do amor.

 

Declamazione dell’autore (in portoghese): https://www.youtube.com/watch?v=Fr2xFBlQ6eg

 

Herberto Helder (Funchal, 1930), excerto do poema «Fonte», publicado em A Colher na Boca, 1961

Nel sorriso folle delle madri sbattono lievi
le gocce della pioggia. Nelle amate facce
pazze battono e sbattono
le gialle dita delle lampade.
E dondolano, che dondolano. E son pure, che pure.
Gocce e lampade pure. E le madri
si avvicinano soffiando sulle dita fredde.
I loro corpi si muovono per le ossa dei figli,
tra tendini e organi sommersi,
e le calme madri, intrinseche, si siedono
sulle teste dei figli.
Si siedono, e restano lì in un silenzio che perdura
frenetico,
vedendo tutto,
e bruciando le immagini, alimentando le immagini,
perché l’amore è sempre più forte.
E sbatte sui loro volti l’amore lieve
l’amore feroce.
– E le madri sono sempre più belle –
pensano i figli che su di loro aleggiano.
Fiori violenti sbattuti sulle palpebre
respirano loro da cima a fondo. E sono
silenziose.
E il loro viso nel mezzo di ogni goccia
di pioggia,
intorno alle lampade. Nel continuo
scorrere dei figli.
Le madri sono le più alte cose
che i figli crescendo crearono, perché permangono
nella combustione dei figli, perché
i figli sono come invasori denti di leone
nel terreno delle madri.
E le madri sono pozzi di petrolio nelle parole dei figli,
e si lanciano con loro come schizzi
che zampillano fuori dalla terra.
E i figli s’immergono con scafandri
all’interno di molte acque,
e portano via le madri come polpi
avvolti alle mani
e nell’acume di tutta la loro vita.
E il figlio siede con la madre a capotavola,
e con lui la madre sposta da parte a parte
le tazze e le forchette.
E grazie alla madre il figlio pensa
che nessuna morte è possibile e che le acque
si intrecciano per mezzo della sua mano che tocca la
faccia folle
della madre che tocca la mano diffidente
del figlio.
E dentro l’amore, è solo possibile arrivare
ad amare tutto,
e nella possibilità che tutto possa ritrovarsi
dentro l’amore.

Ho scelto questa poesia perché credo offra la verità profonda e conturbante sul rapporto tra chi genera e chi è generato. Penso sia il primo testo che ho tradotto dal portoghese, a vent’anni, quando ascoltavo più e più volte la declamazione del poema ad opera del suo stesso autore. Herberto Helder, tradotto poco e male in Italia, è a mio parere il migliore poeta vivente. E questa poesia si nutre di spasmi elettrici capaci di catarsi iridescenti, lungo le scosse di questa sua sintassi lineare ma intrecciata al ritmo come i nervi si serrano intorno agli arti. Tradurla ripetutamente negli anni ha significato per me ripercorrere la possibilità di una compensazione costante, sciogliendo durezze e riannodando ambiguità laddove l’italiano e il portoghese hanno quasi la stessa origine. E in quanto a origine, questo sulle madri è un testo abissale, che vive di fluorescenza propria nelle regioni più sommerse del subconscio. Aspira a dire la totalità dell’amore – quella possibilità “che tutto possa ritrovarsi / dentro l’amore” – come follia materna e disperata commozione di questa immagine potente: “le madri sono le più alte cose / che i figli crescendo crearono”. Le madri come regine della nostra presenza organica, ma al contempo zampillare petrolifero dalla costola di chi loro stesse portarono al mondo.
E se questo è il seme primo d’amore, esso è anche la genesi arcaica di ogni violenza, ogni possesso. Ogni riscatto.

Domenico Ingenito


Laura Pugno consiglia Francis Catalano e Violeta Medina

Nos habita

“La forêt est pleine de nous”
Juan García

“La foresta è piena di noi”
Juan García

dans ma chambre je déplace une plante touffue, pousse du pied le pot de terre cuite puis descends l’escalier, m’enfonce dans la forêt, pousse du pied toutes les portes entre les arbres et cela craquète, grince un peu, je passe entre un mélèze et un sapin, ouvre une autre porte,

il y a un filet de lumière, je vais maintenant entre un érable et un bouleau, ressort entre un pin et un peuplier, mes pas s’arrachent du sol, les mains plongées dans mes cheveux : je suis lost in plantation,

debout dans l’embrasure, entre deux portes, en position verticale, je me dis : je n’aurais peut-être pas dû depuis ma chambre pousser la plante

avec mon pied

Francis Catalano (Montreal , 1961), da Nos habita (Editorial Meninas Cartoneras, 2013 – di prossima pubblicazione)

nella mia camera sposto una pianta frondosa, tocco con il piede il vaso di terracotta poi scendo le scale, m’inoltro nella foresta, tocco con il piede tutte le porte tra gli alberi e tutto ciò scricchiola, cigola un poco, passo tra un larice e un abete, apro un’altra porta,

c’è un filino di luce, adesso passo tra un acero e una betulla, vengo fuori tra un pino e un pioppo, i miei passi si divelgono da terra, con le mani affondate tra i capelli: sono lost in plantation,

in piedi nell’arcata, tra due porte, in posizione verticale, dico a me stesso : forse non avrei dovuto lì nella mia camera toccare la pianta

con il piede

(Traduzione in italiano di Laura Pugno)

 

I

El pez-geisha desayuna en las mañanas hielo cordillerano
lo escupe mientras lee el diario
tanta pureza, tanta piedra, se le atragantan en la escamas
y luego ya no le amarra el zapato 35, con el que aprieta el deseo ajeno,
con los que latiguea los ojos que le comen por su fragilidad de
mujer finita, escurridiza,
niña comestible por hibrida
por suavecita
Es un geisha este pez
Es una geisha este pez,
la espina le sirve para el pelo lacio
para anudar la memoria ya ida
¿yo era de piedra, yo era cordillera, yo era una isla?
¿cuándo lo fui o lo seré? ¿y la piedra y esta nieve tan infinita
para qué sirve? ¿qué sentido tiene? ¿para qué el recuerdo,
el recuerdo de qué?
La geisha en esta esquina se viste de pez,
el color aluminio le invade los ojos, repta
en su propia sombra, se resbala de catre en catre,
atraviesa el tiempo con las espinas, clava los días
salta de pecera en pecera,
el mar le pilla lejos, se sacude la sal cuando orina,
y ya sin esa carga mastica el olvido. Lo engulle.
¿Cordillera de qué?

Violeta Medina (Coquimbo, 1968), da Nos habita (Editorial Meninas Cartoneras, 2013 – di prossima pubblicazione)

Il pescegeisha fa colazione la mattina col ghiaccio della cordigliera
lo sputa mentre legge il giornale
tanta purezza, tanta pietra, le si strangolano nelle squame
e poi non le si ancora più al piede la scarpetta 35, con cui accende il desiderio altrui,
con cui frusta gli occhi che se la mangiano per la sua fragilità di
donna di classe, che si sfila tra le dita,
bimba commestibile, così ibrida,
così soffice
Questo pesce è un geisha,
Questo pesce è una geisha,
la spina le serve per i capelli lisci
per annodare la memoria sfuggita
ero di pietra io, ero cordigliera io, ero un’isola?
quando lo fui o lo sarò? e la pietra e questa neve infinita
a che serve? che senso ha? perché il ricordo,
il ricordo di che?
La geisha in quest’angolo si veste da pesce,
il color alluminio le invade gli occhi, striscia
nella sua stessa ombra, scivola di branda in branda,
attraversa il tempo con le spine, conficca i giorni
salta di acquario in acquario,
il mare la trova lontano, si scuote il sale di dosso mentre orina,
e senza più questo peso mastica l’oblio. Lo inghiotte.
Cordigliera di che?

(Traduzione in italiano di Laura Pugno)

 

I testi di Francis Catalano, autore québecois di origini italiane, e di Violeta Medina, autrice cilena trapiantata da anni in Spagna, fanno parte del progetto “Nos Habita”, plaquette di poesie in tre lingue (francese, spagnolo, italiano) in uscita nella primavera del 2013 per la casa editrice madrilena “Meninas Cartoneras”, che pubblica solo libri in cartone di fattura artigianale. Il titolo, “Nos Habita”, che si può tradurre con “Abita in noi”, fa riferimento al tema dello sradicamento, fisico o linguistico: qualcosa di diverso dall’esilio, che comprende il vivere in un Paese diverso dal proprio, anche se affine per lingua, o anche nel proprio Paese, ma in una lingua che non è la propria. La plaquette sarà edita in 200 esemplari unici. Ogni copertina sarà decorata con un ricamo artigianale creato da un workshop di donne indiane del Bengala Occidentale, realizzato grazie alla ONG Colores de Calcuta, a cui andranno i proventi del libro.

Laura Pugno