Maria Grazia Calandrone consiglia “Chi se ne è andato non desidera tornare” di Antonella Anedda
Pubblicato: 5 marzo 2013 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Antonella Anedda Lascia un commentoChi se ne è andato non desidera tornare.
Pensiamo che si strugga per il mondo
prestandogli la nostra nostalgia.
L’oleandro trema, l’abete
che si sfrangia più latteo nella luna
e tutta la bellezza incomprensibile
che ci ostiniamo a raccontare.
Se i morti vedono ci guardano scrutare l’illusione di un muro
bussare per entrare o chiamare
come i pazzi che cullano le pietre
bisbigliando loro: amore.
Antonella Anedda (Roma, 1958), da Salva con nome (Mondadori, 2012)
Scelgo per voi questa poesia per due opposte ragioni:
- perché, traendo ispirazione da un video, mescola i linguaggi e dunque descrive – sebbene subliminalmente – un “fare” poesia estremamente contemporaneo
- perché, nonostante ciò, “usa” il contemporaneo per discutere insieme a noi una cosa ontologica, intrinseca, qualcosa che riguarda tutti gli esseri vivi dagli albori – e che riguarda anche gli animali – ovvero la relazione con i morti.
Il testo rende chiarissimo come la poesia sia attiva nel mondo al quale apparteniamo e, nello stesso tempo, faccia da ponte per la vita di chi ci ha preceduti e si è domandato quello che adesso ci domandiamo noi.
Inoltre: Video ci presenta una risposta nella quale leggiamo coraggio più che amarezza. Possiamo anzi trarre profitto dalla doppia lezione che Anedda ci offre scrivendo che i morti non hanno bisogno di noi. Rovesciandone l’implicita esortazione ricordiamo che
- è da vivi che bisogna avere cura di coloro che amiamo. E soprattutto:
- la poetessa ci esorta a imparare a lasciar andare, che vuol dire essere liberi e liberare.
Io in prima persona accolgo con amore e umiltà questa profonda lezione di leggerezza.
Maria Grazia Calandrone
Franco Buffoni consiglia “Even Water Is Scarce” di Sujata Bhatt
Pubblicato: 4 marzo 2013 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Sujata Bhatt Lascia un commentoI
Even water is scarce.
There was a little girl
Who carried a black clay pitcher on her head,
Who sold water at the train station.
She filled her brass cup with water,
Stretched out her arm to me,
Reached up to the window, up
To me leaning out the window from the train,
But I can’t think of her in English.
II
You ask me what I mean
By saying I have lost my tongue.
I ask you, what would you do
If you had two tongues in your mouth,
And lost the first one, the mother tongue,
And could not really know the other,
The foreign tongue.
You could not use them both together
Even if you thought that way.
And if you lived in a place you had to
Speak a foreign tongue,
Your mother tongue would rot,
Rot and die in your mouth.
Sujata Bhatt (Ahmedabad, 1956), Il colore della solitudine (Donzelli, 2006)
Anche l’acqua scarseggia
I
Anche l’acqua scarseggia
E c’è una bambina
Che regge una brocca nera sulla testa,
Vende acqua alla stazione.
Riempita d’acqua la sua tazza d’ottone
Me la porge sollevando le braccia al finestrino,
Su su fino a me che mi sporgo dal treno.
Ma non riesco a pensare a lei in inglese.
II
Mi chiedi che cosa intendo dire
Quando affermo che ho perso la mia lingua.
Ti chiedo, che cosa faresti
Se avessi due lingue in bocca
E perdessi la prima, la lingua madre,
E non riuscissi a sapere davvero la seconda,
Quella straniera.
Non potresti usarle insieme
Anche se quando pensi finisce che fai così.
Se poi ti capitasse di stare in un paese
Dove si parla un’altra lingua ancora,
La tua lingua madre marcirebbe,
Marcirebbe e ti morirebbe in bocca.
(Traduzione di Franco Buffoni)
Sujata Bhatt, nata nel 1956, è la maggiore poetessa indiana vivente. Centrale nella sua poetica, è la questione della lingua. Search For My Tongue (La ricerca della mia lingua) è infatti l’emblematico titolo della raccolta del 1988 dalla quale ho tratto il componimento qui proposto. Il dramma è quello della lingua inglese, posseduta come una lingua madre, ma non (o non più) come tale sentita. La poesia è inoltre – e va sottolineato – scritta da una donna che in India ha avuto grandissime difficoltà ad emergere. E nella prima strofa descrive una umilissima bambina, appartenente a una classe sociale inferiore. Di quelle che – come la cronaca recente purtroppo ci insegna – sono considerate oggetto possibile di stupro, senza conseguenza penali, per gli uomini delle classi sociali superiori. La poesia in pochi tratti riesci a dirci tutto questo e molto altro ancora.
Franco Buffoni



