Francesco Tomada consiglia “Fiumi di guerra” di Erri De Luca

Alle fontane i vecchi
le donne con i secchi lungo il fiume
e l’aria fischiettava di proiettili e schegge,
la banda musicale degli assedi, insieme alle sirene.
Danubio, Sava, Drina, Neretva, Miljacka, Bosna,
ultimi fiumi aggiunti alle guerre del millenovecento,
gli eserciti azzannavano le rive, sgarrettavano i ponti,
luci della città, Chaplin, le luci di quelle città
erano tutte spente.
L’Europa intorno prosperava illesa.
Altre madri in ginocchio attingono alle rive,
dopo che il Volga fermò a Stalingrado la sesta armata di von Paulus
e la respinse indietro e l’inseguì fino all’ultimo ponte sulla Sprea,
affogando Berlino.
Acque d’Europa specchiano ancora incendi.
La Vistola al disgelo illuminata dalle fiamme del ghetto:
non poteva bastare al novecento.
L’acqua in Europa torna a costare l’equivalente in sangue.

 

Erri De Luca (Napoli, 1950), da Opera sull’acqua e altre poesie (Einaudi, 2002)

 

Ho scelto questa poesia perché diffido della poesia civile. Ma a volte, solo a volte, si compie un piccolo-grande miracolo: che qualcuno riesca ad essere diretto e politico partendo da lontano, evocando senza predicare. E’ il caso di “Fiumi di guerra”, scritta da Erri De Luca in riferimento alla guerra di Bosnia. Ma la città-simbolo di quel conflitto, Sarajevo, non viene nemmeno nominata, piuttosto le viene stretto attorno un cerchio, come a definirla per sottrazione, ed è un cerchio nella geografia e nella storia, perché Erri De Luca parte da lontano, dalle tragedie delle guerre mondiali, allargando l’orizzonte ad un respiro epico che risalta ancora di più dal contrasto con la lingua utilizzata, che è quasi colloquiale. Per poi, alla fine, tornare tragicamente nel presente: l’indifferenza dell’Europa, l’immagine assurda e durissima dell’acqua che non si muta in vino, come la tradizione ci suggerisce, ma in sangue.

 Francesco Tomada


Antonella Anedda consiglia “On Ovid” di Anne Carson

I see him there on a night like this but cool, the moon blowing though black streets. He sups and walk back to his room. The radio is on the floor. Its luminous green dial blares softly. He sits down at the table: people in exile write so many letters. Now Ovid is weeping. Each night about this time he puts on sadness like a garment and goes on writing. In his spare time he is teaching himself the local language (Getic) in order to compose in it an epic poem no one will ever read.

 

Anne Carson (Toronto, 1950), Sesto dei trentuno Short talks contenuti in Plainwater (Knopf, New York 1995)

 

Su Ovidio

Lo vedo là in una notte come questa ma fresca, con la luna che soffia attraverso strade nere. Cena e ritorna nella sua stanza. La radio è sul pavimento. Il suo luminoso  quadrante verde gracchia sommessamente Si mette al tavolo: la gente in esilio scrive così tante lettere. Ora sta piangendo. Ogni notte, intorno a quest’ora indossa la sua tristezza come un abito e continua a scrivere. Nel tempo libero insegna a se stesso la lingua locale (dei Geti) per comporre un poema epico che nessuno leggerà mai.

Il testo è di Ann Carson, canadese, uno dei più importanti autori di lingua inglese contemporanei.
Il protagonista è Ovidio, il tema è l’esilio. La scena è Tomi, sul Mar Nero, terra dei Geti dove il poeta fu esiliato da Ottaviano nell’8 d.C e da cui non fece mai ritorno. Una caratteristica del lavoro di Carson è la sua capacità di valicare i generi lasciando dialogare stili e  autori distanti nel tempo e nello spazio. Un’altra è quella di inserire un dettaglio spiazzante all’interno del discorso. Qui il verbo to blare” che indica un suono forte viene contraddetto dall’avverbio “softly”. Ovidio è un bandito. Vive tra estranei di cui prova a imparare la lingua. L’esule non arriva a decifrare completamente i codici di chi lo accoglie e lo respinge, lo respinge e lo accoglie. Vive in questo dondolio. Riceve una continua lezione di amarezza.

Antonella Anedda