Francesco Targhetta consiglia “(a lui stesso)” di Fabio Donalisio

e fango è il mondo
forse un modo, un lutto
una possibilità di strada
anche vaga, vana

(…or not to be)

esistere contenti dei deserti:
resta questo oltre i collassi
gli sbagli e il tempo profondo

e (ovviamente, sì)
l’infinità vanità del tutto

 

Fabio Donalisio (Cuneo, 1977), da La pratica del ritorno, in Poesia contemporanea. Undicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2012)

 

Come si può fare una cover di A se stesso di Leopardi, infilandoci dentro pure Shakespeare, e uscirne vincitori. Donalisio gioca con la letteratura più dolorosa e prova a sfidare, attraverso la sua voce, il presente. E così il primo e l’ultimo verso di (a lui stesso) sono citazioni da un Leopardi all’apice del nichilismo che incorniciano un tentativo di rivolta, sulla riuscita della quale è lecito nutrire dubbi («forse») ma che è doveroso compiere. Le parole rotolano, come spesso nella poesia di Donalisio, a mo’ di valanga, trascinando con sé le precedenti e aprendo un varco, «una possibilità di strada», ossia di fuga. Che forse coincide con la morte, come suggerisce tra isolate parentesi il ricordo amletico, ma forse no: appena oltre il burrone dello spazio bianco, ci viene data l’eventualità di una vita «contenta dei deserti», non arresa al nulla, ma nemmeno preda di facili illusioni. Perché, sì, sappiamo che tutto è vano. Ma rivendichiamo anche l’insopprimibile diritto alla felicità.

Francesco Targhetta


Massimo Gezzi consiglia “Poor North” di Mark Strand

It is cold, the snow is deep,
the wind beats around in its cage of trees,
clouds have the look of rags torn and soiled with use,
and starlings peck at the ice.
It is north, poor north. Nothing goes right.

The man of the house has gone to work,
selling chairs and sofas in a failing store.
His wife stays home and stares from the window into the trees,
trying to recall the life she lost, though it wasn’t much
White flowers of frost build up on the glass.

It is late in the day. Brants and Canada geese are asleep
on the waters of St. Magaret’s Bay
The man and his wife are out for a walk; see how they lean
into the wind; they turn up their collars
and the small puffs of their breath are carried away.

Mark Strand (Summerside, 1934), da The Late Hour (Atheneum, 1978)

Povero nord

Fa freddo, la neve è alta,
il vento sbatte nella sua gabbia di piante,
le nuvole paiono stracci sozzi e laceri per l’uso,
e gli storni becchettano il ghiaccio.
È il nord, povero nord. Niente va bene.

Il capofamiglia è andato al lavoro,
vende sedie e sofà in un negozio che sta per fallire.
La moglie sta a casa e fissa dalla finestra le piante,
cerca di ricordare la vita che ha perso, anche se non era un granché.
Fiori bianchi di brina sbocciano sul vetro.

È quasi sera. Anatre e oche canadesi dormono
sulle acque della baia di Saint Margaret.
Marito e moglie passeggiano: guardate come si piegano
controvento; alzano il bavero
e i minuscoli sbuffi del loro respiro volano via.

(in M. Strand, Il futuro non è più quello di una volta, a cura di D. Abeni, Minimum fax, 2006).

Ha scritto Giorgio Agamben che la fotografia è «il luogo del Giudizio Universale», perché «rappresenta il mondo come appare nell’ultimo giorno». Credo che la stessa cosa si possa dire di certe poesie: uno sguardo, uno scatto nitido in cui quello che si vede diventa definitivo, indimenticabile. Non solo per gli elementi del quadro, ma anche per il significato che quella scena – minima, quotidiana, tutto sommato banale –  assume una volta che qualcuno l’abbia fotografata, trasposta in versi. È il caso di questa poesia di Mark Strand (Canada, 1934), nella bella traduzione di Damiano Abeni: il freddo del nord, persone precarie (un negoziante che sta per fallire, una donna insoddisfatta), delle anatre che dormono, due che passeggiano nel freddo e i loro respiri portati via dal vento: un flash sull’orlo del nulla, della rovina, ma che a questo nulla, a questa rovina si oppone con la forza della sua memorabilità.

Massimo Gezzi