Tommaso Di Dio consiglia “Giunti da ogni confine” di Agostino Cornali
Pubblicato: 9 marzo 2013 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Agostino Cornali Lascia un commentoGiunti da ogni confine
col cranio trafitto dalla cometa
ma il cherubino disse
no, qui non accade
niente,
qui la pista si perde
in un cerchio di rovine
illuminate male
ma loro volevano l’urto dei corpi,
il sudore e la comunione
e il battito nelle vene,
la musica delle sfere
che fa tremare le pareti
Agostino Cornali (Milano, 1983), da Questo spazio può essere nostro (Lietocolle, 2010)
Questa di Cornali è una poesia che mi perseguita. Spesso bussa alle porte della memoria e mi appare il suo incipit, come un presentimento a cui non so rifiutarmi. Era da tempo che non la rileggevo: mi accontentavo infatti di saperla essere esistita e ancora a disposizione di coloro ai quali capiterà di leggerla. Credo che spesso si impari così a memoria una poesia, non nella esatta sequenza delle sue parole, ma in una specie di tonalità centrale, una vibrazione emotiva che persiste e che resta, che insiste come un taglio, uno scorcio definito sul mondo. Perché questa poesia e soprattutto perché qui? In questo testo si mostra benissimo un aspetto che credo importante del mondo contemporaneo, del mondo in cui viviamo; e lo si mostra attraverso il raccordo fra uno dei nuclei centrali dell’eredità cristiana, la nascita del dio che si è fatto carne, radice antichissima e straordinaria, e un evento così contemporaneo: il rave party. “No, qui non accade\ niente\\ qui la pista si perde\ in un cerchio di rovine”: in questi versi si delinea così bene la nostra condizione desacralizzata, il nostro stato d’animo di “perduti” nel mondo, spaesati e postumi. Eppure al v. 9, introdotto con un potente “ma” avversativo, si sprigiona la potenza impredicabile della nostra età, nuovamente primitiva: tutti siamo chiamati “da ogni confine”, al ritmo pulsante dell’essere e dell’agire; a pretendere, attraverso “l’urto dei corpi”, la vita e ciò che ne fa “tremare le pareti”, ciò che, inesorabilmente, della vita sia il superamento.
Tommaso Di Dio
Claudio Damiani consiglia “Pro nobis, Pantani” di Davide Rondoni
Pubblicato: 8 marzo 2013 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Davide Rondoni Lascia un commentoE adesso non devi vincere
più
ti levi in silenzio
sui pedali
sulla linea del mare – –
potevi far morire il ciclismo
due battute ai giornali
ma hai piegato sul petto
le ali delle vittorie, smarrito anche
il cinismo e come un Charly Parker
hai cercato notte e crepacuore –
Vinci per me adesso Pantani,
per le volte che mi cadono le mani,
il fiato in salita
non ce la fa, e
vinci braccia alzate
sulla linea dove crollano
le corse degli amori,
per i visi cari
che si perdono lontani –
pirata di noi che sbagliamo
guizza via dalle ombre
che allungano giorni vani,
lucertola sii ancora
della nostra anima
malata e vittoriosa –
continua a salire per noi, Pantani
vedi dopo la curva come trema
la luce del vento
l’aria grandiosa
Davide Rondoni (Forlì, 1964), da Apocalisse amore (Mondadori, 2008)
Davide Rondoni ha la capacità di non sottrarsi disgustato davanti ai miti mediatici di oggi, ma anzi li affronta tagliando via con ampi gesti – la poesia ha di queste armi invisibili – le montagne di spazzatura che li ricoprono, e che spesso li hanno uccisi. Qui Marco Pantani, il “pirata” del ciclismo morto a trentaquattro anni di overdose e depressione, non deve più vincere, pedala tranquillo sulla linea del mare, la notte del crepacuore è un’alba tiepida ora, un’aria forse grandiosa come quella che sembrava spuntare, salendo, dietro la curva successiva. Vinci allora per noi, Pantani, tieni alzate le nostre mani che ci cadono, “pirata di noi che sbagliamo”,”lucertola della nostra anima”.
Claudio Damiani



