A mio padre

Prenderò forse un giorno questo treno
su cui, da molto tempo,
non sarò più salito. Sempre
lo stesso viaggio, i monti da una parte
di là il mare. Non mi starai aspettando
a Pietrasanta dove ti vedevo
dallo scompartimento che fumavi.
Di solito però il treno era un altro
dalla stazione a casa
la camminata breve, il carico
leggero. Era Firenze
e i muri così grigi, e i tetti così chiusi
e l’Arno aperto.
Sono in ritardo mangio
il pranzo riscaldato chiacchieriamo,
e ogni parola tace
più di quanto non dice
costretta nello sforzo di coprire
la cadenza romana
che a Roma, spesso, accentuo,
domenica guardiamo la partita.
La vedo, normalmente,
sdraiato sul mio letto o sul divano
senza di te, lontano.
Il desiderio d’essere a tua immagine
e somiglianza
l’amore, a volte l’odio la paura
d’esserti figlio sotto condizioni
riceverò il tuo affetto solamente
se ti sarò piaciuto.
Per te, forse, lo stesso.
Mi venivi a trovare da bambino:
era il giorno del primo dei ricordi
siamo andati allo zoo, ridevi
e mi sporgevi verso
la vasca degli orsi polari
qualcuno ci ha fatto una foto.
Con te portavi doni
giochi pupazzi e qualche scatto d’ira
che più tardi ho imitato. Firenze ancora
e è notte, la cucina
la scopa a nove carte, tradizione
di famiglia giocasti
col nonno che ho conosciuto appena
la notte prima dell’operazione.
Parli della tua vita, va il mio sguardo
sulla tovaglia a quadri azzurri
e bianchi, ascolto la tua voce
che mi racconta storie, padre a figlio.

Carlo Carabba (Roma, 1980), da Canti dell’abbandono (Mondadori, 2011)


Le pietre si comportano in modo doppio

Le pietre si comportano in modo doppio
scompaiono dentro l’acqua se le lanci
ma se l’acqua si è ghiacciata in una lastra
loro scivolano e rimbalzano.
Osservare come fanno queste pietre
fornisce una chiave sul tuo conto:
io sono pietra e doppia nel confronto
col liquido che prende e manda giù
o col ghiaccio che al contrario ferma
e lascia andare
più in là di qualche metro
scivolando lisci o con un tonfo
e la fine del muoversi, l’arresto
non è che colpa dell’attrito.
“Ma che vuoi, bella mia? Se sprofondi
non ti fermi lo stesso giù nel fondo?”
Sì, ma il fondo, è evidente, non è il sopra.

Mariagiorgia Ulbar (Teramo, 1981), da Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2012)