Stefano Raimondi consiglia Antonella Anedda

III

Prima di cena, prima che le lampade scaldino i letti e il fogliame degli alberi sia verde-buio e la notte deserta. Nel breve spazio del crepuscolo passano intere sconosciute stagioni; allora il cielo si carica di nubi, di correnti che sollevano ceppi e rovi. Contro i vetri della finestra batte l’ombra di una misteriosa bufera. L’acqua rovescia i cespugli, le bestie barcollano sulle foglie bagnate. L’ombra dei pini si abbatte sui pavimenti; l’acqua è gelata, di foresta: Il tempo sosta, dilegua. Di colpo, nella quiete solenne dei viali, nel vuoto delle fontane, nei padiglioni illuminati per tutta la notte, l’ospedale ha lo sfolgorio di una pietroburghese residenza invernale.

Ci sarà un incubo peggiore
socchiuso tra i fogli dei giorni
non sbatterà nessuna porta
e i chiodi
piantati all’inizio della vita
si piegheranno appena.
Ci sarà un assassino disteso sul ballatoio
il viso tra le lenzuola, l’arma posata di lato.
Lentamente si schiuderà la cucina
senza fragore di vetri infranti, nel silenzio del pomeriggio invernale.
Non sarà l’amarezza, né il rancore, solo
per un attimo le stoviglie
si faranno immense di splendore marino.
Allora occorrerà avvicinarsi, forse salire
là dove il futuro si restringe
alla mensola fitta di vasi
all’aria rovesciata del cortile
al volo senza slargo dell’oca,
con la malinconia del pattinatore notturno che a un tratto conosce
il verso del corpo e del ghiaccio
voltarsi appena,
andare

Antonella Anedda (Roma, 1955), da Residenze invernali (Crocetti, 1992)

Siamo nel 1992. Residenze invernali è il libro d’esordio di una giovane poetessa romana, nata sull’isola della Maddalena in Sardegna. Antonella Anedda in questo suo splendido “incominciamento”, ci dona una raccolta carica di una liricità capace di farci ricordare le pagine asciutte e necessarie dell’Antico Testamento; parole in grado di assieparsi in una riflessione che sa come esporre i particolari del reale e del quotidiano, carichi di una “pietas” per le cose, le inquadrature, senza mai dimenticare gli stati profondi ed empatici dell’essere. Un essere parlante che qui diventa personaggio vivente, nato dal decanto di una parola che si è fatta calco di un “passaggio” soliloquiante e pudico, dove l’attesa e la redenzione, hanno la grazia di una presentificazione continua e ospitale. La parola si fa gesto e ritmo e in questa intimità senza rimandi, la poesia diventa persuasione: invito. (Stefano Raimondi)


Daniele Mencarelli consiglia Stefano Maldini

Ho fumato la pipa domenica sera
a Bagno Vignoni – l’anima d’acqua
mi parlava degli uomini, che si avvicinano
e passano, senza ascoltare il riflesso lunare
e a te del nostro lungo abbraccio
che non sa esistere disincarnato – ho alzato
lo sguardo piano, ripetendo con la mano
un gesto noto di carezza, disabituato dalla fretta
e visti alla finestra, nella nebbia che si alzava
mescolata al fumo dolce del mio Troost
appena comperato, eravamo un po’ bambini
cioè il mondo, e insieme il suo significato.

Stefano Maldini (Cesena, 1972), da Luce instancabile (Raffaelli editore, 2005)

 

Amo questa poesia di Maldini perché tenta di avvicinare la parola al mistero della vita, una parola che vive di tensione e onestà, che non teme di essere leggibile, che vuole dire perché ha da dire. Degli ultimi due versi, memorabili, mi sono sempre rimasti impressi i tre sostantivi cardine: bambini-mondo-significato. Parole di promessa, e speranza, nel futuro e oltre. Ho scelto questo poesia di Maldini anche per un’altra ragione, avrei potuto proporre testi di tanti poeti considerati padri della nostra generazione, i nati negli anni settanta, invece, quasi ideologicamente, ho voluto ergere a padre un fratello. Siamo pronti per andare sulle nostre gambe.