dovremmo sedere attorno alle cose

dovremmo sedere attorno alle cose
alla loro vera posizione
come dei messaggeri su un vecchio sentiero
che riposano
come gente che conosce ciò ch’è scritto
senza la finzione che muove la voce
dovremmo ristabilire la gravita che porta al centro
non questo fracasso di strade
che barcolla, con ancora il mattino incastrato fra i denti
e si raccoglie agli angoli, attende l’agguato
mentre il rumore di passi esita
intuisce l’errore
e la difesa ci costringe ad arretrare
che stiamo qui, adesso
che c’è poco spazio
e i corpi stanchi sfregano
consumano
dimenticano

 

Stefano Lorefice (Morbegno, 1977), da L’esperienza della pioggia (Campanotto, 2006)


A marzo i poeti consigliano i poeti

Come lo scorso anno, per il prossimo mese di marzo abbiamo chiesto a 26 poeti di proporre ai ragazzi una poesia che per loro è particolarmente significativa, scrivendo anche un breve commento.

Questi sono i poeti coinvolti: Fabiano Alborghetti, Filippo Amadei, Gian Maria Annovi, Nanni Balestrini, Dina Basso, Mario Benedetti, Corrado Benigni, Claudio Damiani, Gabriel Del Sarto, Umberto Fiori, Giovanna Frene, Vincenzo Frungillo, Marko Kravos, Franca Mancinelli, Daniele Mencarelli, Stefano Raimondi, Giulia Rusconi, Francesca Serragnoli, Piero Simon Ostan, Christian Sinicco, Luigi Socci, Luigia Sorrentino, Italo Testa, Mary Barbara Tolusso, Giovanni Turra,  Giacomo Vit.

Buona lettura.

 

 

 


Partire da un sasso

Partire da un sasso
della piazza
e i piedi fermi che non sanno
dove Bologna ubriaca tocca
i colpi di penna
nei sotterranei bui

è finito il viaggio
di una nuvola azzurra
oltre i grattacieli che portano
il disegno di mia madre
lontano

da quelle strade dai furgoni
grigio fumo
e le ruote che battono
il volo

tu ritorni sempre
a una lampada
che non sa quale cassetto apre
la terra

e guardi
al respiro freddo delle fabbriche
di gennaio
con la pioggia che spacca
il vetro delle case

Roberta Sireno (Modena, 1987), da Fabbriche di vetro (Raffaelli, 2011)


Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome

Mimetizzata nelle quattro sillabe del mio nome
– oscurata la luce, sospesa la grazia –
tento una strenua difesa dal suo sguardo manicheo
e imito me stessa, ma senza ironia
piuttosto come un insetto imita una foglia.

Lucianna Argentino (Roma, 1962), da Diario inverso, Manni, 2006


La differenza

Una canzone bellissima, ascoltata in auto
alla fine del giorno. Ci sono
le mie sere uguali in città
nei rientri, l’asfalto bagnato
e triste col sacchetto della spesa,
il cibo della famiglia,
quando poi il tempo che mi aspetta
è scandito dai racconti dei figli,
dalle notizie del mondo, la partita,
l’intervallo dei pensieri.
……………………………..Fermarsi
davanti al cancello di casa, un secondo
nel freddo vero,
soli da millenni, conoscendo attese,
e percepire la silenziosa
soglia del tempo e la minima differenza
fra le mie mani e la loro assenza.

Gabriel Del Sarto (1972), da Sul vuoto (Transeuropa, 2011)


Campagna sotto la nebbia

I trattori qui hanno tutti più
di trent’anni. I berretti schiacciati.
C’è chi lavora a un cancello nuovo.
La nebbia avvicina le macchie
chiare del cavallo tra gli occhi,
dentro la rete così improvviso.
Mandano odori
di olio perso e grasso, dietro carri
con tutti i rami che ci stanno.
A volte succede:
cala e resta due giorni interi
a inghiottire qualche vita nella paglia,
gocciola dalle punte alte
degli alberi e fa rumore sull’asfalto,
sui sassi o sui calcinacci stesi
a livellare una buca, lì
dove gira questo primo tempo:
già si infila e scende per la gola,
si ricorda per nome per numero
come un giorno quando finisce.

Alberto Cellotto (Treviso, 1978), inedito


Che bello che questo tempo

Che bello che questo tempo
è come tutti gli altri tempi,
che io scrivo poesie
come sempre sono state scritte,
che questa gatta davanti a me si sta lavando
e scorre il suo tempo,
nonostante sia sola, quasi sempre sola nella casa,
pure fa tutte le cose e non dimentica niente
– ora si è sdraiata ad esempio e si guarda intorno –
e scorre il suo tempo.
Che bello che questo tempo, come ogni tempo, finirà,
che bello che non siamo eterni,
che non siamo diversi
da nessun altro che è vissuto e che è morto,
che è entrato nella morte calmo
come su un sentiero che prima sembrava difficile, erto
e poi, invece, era piano.

Claudio Damiani (San Giovanni Rotondo, 1957), da Poesie (Fazi, 2010)