arrivano ad uno ad uno

arrivano ad uno ad uno
— chi in macchina extralusso
e chi lentamente a piedi —
i compagni per la cena di classe
al ristorante sulla piazzetta.
È un incontro evitato per anni.

Riconoscibili e irriconoscibili
mutati nel corpo e nei suoi danni
e identici nel demone privato
che ci agitava, ognuno, da ragazzi,
ci annusiamo prima dei saluti
come animali in campo aperto.
Siamo quello che siamo.
Non è piú possibile cambiare.

Durante la serata
c’è chi si accartoccia muto sullo sfondo
chi chiede frettoloso d’andare
e chi, verboso, estrae dalla manica
il solito stlletto
per farlo risplendere tra le tendine scure
e i cristalli del tavolo.
Si fa la classifica dei successi e delle sventure.
Qualcuno mostra la foto dei figli già grandi
qualcun’altro la foto di gruppo del ’75
e fa il confronto tra ora ed allora
o conta gli assenti e i dispersi.

Che cosa proviamo ad incontrarci?
Gioia no, forse dolore…
Non è una sensazione sola.
Un dolceamaro sapore
ci corre giú nella gola

Enrico Testa (Genova, 1956), da Ablativo (Einaudi, 2013)


I Ciclisti

Abbiamo nella gola
le dolcezze di Laiguaglia e Albissola
la ruota di farina, la strada di pietra
usciamo la mattina, mugnai della fatica
abbiamo tutti nel cuore la salita.

Nader Ghazvinizadeh  (Bologna, 1977), da Arte di fare il bagno (Giraldi 2004)

 


A mio padre

Ti sei lavato, hai indossato abiti intatti,
poi la mente mi slitta ad ogni passo.
Non ho voluto vederti, di certo
ti avranno sdraiato.
Solo vorrei sapere, oppure è un sogno,
che non fu angoscia la tua meticolosa
cura – i documenti posati sulla panca
la sedia che portasti nel giardino, il nodo –
ma un qualche imperscrutabile, ma lieve,
stato. Tutto è con te, segreto.
Forse a spartirne il peso io serbo,
dell’ atto tuo, l’altro versante – il tonfo
della sedia sulla pietra, e la tua assenza
e il dondolio, che cullo, lento, lentissimo
del corpo sotto il pergolato.

 

Cristina Alziati (1963), da Come non piangenti (Marcos y Marcos, 2012)

 


Certo che quando l’Emilio iniziò

Certo che quando l’Emilio iniziò
a tradurre versioni dal latino e dal greco,
a memorizzarsi l’atlante storico
non immaginava certo di star lì a ciondolare
in attesa di una telefonata: si vedeva professore
in qualche università a decifrare il mistero
della lingua etrusca, a scavare nel Peloponneso
alla ricerca di nuove civiltà.
S’è alzata la Via Emilia e la tua casa affonda
nella polvere, però val sempre la pena
di vedere cupole e torri struccarsi di rosso
per le luci della sera.
Alla prima ombra davanti al Tardini
dalla pensione quei vecchi se la contano
su come andrà quest’anno il nuovo Parma
e ogni domenica c’è qualche poltroncina vuota
per un colpo di tosse troppo forte.
Tu c’eri quando don Leandro e don Lorenzo
predicavano in un angolo, te li ricordi pregare
anche per te e non sai se è rimasto almeno
un po’ di marmo su un muro per Fausto e Iaio.
Quest’anno non hai visto le risaie gonfiarsi
e stai ancora cercando nell’orto le tue farfalle,
le conti e le riconti ma i colori non tornano.

 

Luca Ariano (Mortara, 1979), da Contratto a termine (Fara, 2010)


Queste stagioni umane

Queste stagioni umane,
come per chi può averne
bisogno, sono aria
e distese impeccabili.
Anche tu credevi alle vie
nel cielo, io ancora
non sapevo: non torneremo
più dalla campagna con in mano
barattoli di vetro
o manubri che traballano
sui sassi asciutti.
Ora l’unica parte
è quella del secchiello
e la campagna non si attraversa
solo quando vedi in basso
le lucciole.
E per chi dice che non cambia
l’uomo come fa il tempo
abbiamo la prova:
le radici restano
agli insospettabili.
Adesso tu ritorni, mi cambi
le parole con i sogni,
ma ho fame di forze accorte.
Vedo la quercia
sempre accanto alla vigna,
lontano la strada
che si snoda immutata.

Maria Borio (Perugia, 1985), inedito


La ricompensa dell’armadio

Appare una perfetta ricompensa
il lavoro speso assieme:
un intero pomeriggio con mio padre
a montare l’armadio grande,
quello della stanza del sonno.

Appare una perfetta ricompensa
la gioia di puntellare assieme
i chiodi come idee,
di martellare forte a fissare i concetti;
dentro l’armadio ci appenderemo i ricordi,
vestiremo a festa
durante le lunghissime memorie familiari.

Intanto appare una perfetta ricompensa
aver imparato come far scorrere le ante:
vanno fissate salde come l’amore,
larghe abbastanza per respirare,
ma prima a cercare le viti
perché si avvita – a vita
come a cercare ognuno il proprio corridoio
penetrando i trucioli del tempo.
L’armadio è pronto,
va sollevato, messo in piedi:
ci vuole forza,
non basta un padre
né un figlio,
va alzato insieme
quasi accarezzandolo

Simone Di Biasio (Fondi, 1988), da Assenti ingiustificati (Edilet, 2013)


Revolutionary song

dawn brings with it the sorrow of light
of one who does not want to be seen

a voice that must be hidden
in a place
that is does not belong

is it a river or a breeze
or the running water that grieves
onto itself

that make one wish to be free?

the forbidden song of the cricket
lies among the roses

and wind floats by whispering of Che Guevara
and Crazy Horse

on a morning of frost
in the soreness of waking
the cry of humanity goes out of itself

as impossible to stop
as the weeping of water
as the weeping of a child

Lance Henson (Washington, 1944), Canto di rivoluzione. Another train ride e altre poesie (Auditorium, 1998)

Canto di rivoluzione

l’alba porta con sé il dolore della luce
di qualcuno che non vuole essere visto

una voce che deve essere nascosta
in un luogo
che non le appartiene

è un fiume o una brezza
o l’acqua che scorre e piange
di sé

che ti fa desiderare di essere libero?

il canto proibito di un grillo
giace tra le rose

un vento aleggia intorno sussurrando di Che Guevara
e di Cavallo Pazzo

in un mattino di gelo
nel dolore del risveglio

il grido dell’umanità esce da sé

impossibile da fermare
come il gocciolio dell’acqua
come il pianto di un bambino