Isla persa / antologia, Fabio Pusterla
Pubblicato: 11 dicembre 2014 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Fabio Pusterla Lascia un commentoCrepacci la circondano, le smorfie
raggelate del ghiaccio che si sgretola. Dall’alto
franano sordi blocchi di granito.
E se un camoscio, o uno stambecco troppo audace,
si avventurasse sui costoni e con uno scarto
nervoso scivolasse sulle pietraie in un gorgo di luce,
qui sarebbe inghiottito e nessuno lo saprebbe mai.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Pietra sangue (Marcos y Marcos, 1999)
Le cose riflettono la volontà dell’autore di aderire alla superficie del reale (dal punto di vista stilistico ciò è evidente nelle descrizioni, nelle enumerazioni, nella tendenza alla nominazione (Questo è un fiume) o presentativa (C’è il silenzio)). Lo sguardo è una componente essenziale dei suoi versi, ma per ottenere un effetto opposto a quello del soggettivismo: ci osservano / le cose, il loro immobile / resistere a quel vento. Il poeta vuole cioè far uscire la luce dalle cose attraverso le parole, di cui purtroppo è incrostata la storia umana. In questo egli deve lavorare come gli artigiani della Valle Intelvi, che usavano sette tipi di pietre per rifinire gli intonaci, l’ultima delle quali era l’ematite, la pietra sangue, per far uscire la luce dalla materia difettosa. Lo sguardo deve saper essere spoglio per rinunciare al possesso delle cose (v. Appunti di luce e sabbia) e l’io deve darsi da parte, mettersi in ascolto.
Roberto Cescon
Visita notturna / antologia, Fabio Pusterla
Pubblicato: 10 dicembre 2014 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Fabio Pusteria Lascia un commentoStai sognando
cratassi, tirabraccia, il drago soffia-naso.
Chissà cosa sognava Anna Brichtova, che stanotte
viene a trovarci con il suo mosaico
di carte colorate: la sua casa
col tetto rosso, gli alberi
nel prato verde, il cielo: e fuori un lager.
Questo è il vero regalo
che ho portato da Praga senza dirtelo.
Era con me sul treno, la mattina
che ho creduto di vivere all’inferno: Stoccarda,
o giù di lì, dentro un ronzare
di gente che lavora a non sa cosa
o per chi, ma lavora, preme tasti,
invia messaggi a ignoti dentro l’aria.
Solo occhi e dita, solo
un giorno dopo l’altro, smisurato
trascorrere di un tempo che non varia, che appartiene
per sempre ad altri,
ad altro che a sé stessi, e la paura, l’odio
del paria contro il paria, questa rissa
d’anime perse, nuovi schiavi. Il Grande
Bevitore di Birra, la Donna Occhi nel Vuoto,
Mazinga, i miei compagni di viaggio.
Chissà come sognava Anna Brichtova,
a cosa sogni tu, e come vedete
il mondo voi bambini. Lo troverete,
fra i vostri giochi, il gioco che ci salvi?
Noi tutti lo speriamo
guardandovi dormire.
Fabio Pusterla (Mendrisio, 1957), da Le cose senza storia (Marcos y Marcos, 1994)
L’attenzione alla realtà sommersa e senza storia (che si traduce anche in vere e proprie poesie “civili”, dal chiaro riferimento alla politica presente) produce anche un movimento verticale nello sguardo dell’io, quando si rivolge dentro di sé, a ricercare un’origine che travalichi la storia nell’infanzia e nella geologia. È forse Jaccottet, uno dei poeti tradotti e amati da Pusterla, ad averlo rivelato nel modo più efficace: ogni cosa attraverso la sua voce ferma, sobria, mirabilmente dotta, è sempre insieme quotidiana, vicina, vera e vasta, reale e nondimeno misteriosa. C’è dunque una tensione che trascende le cose e, concentrandosi sulle figure umane, soprattutto i bambini, ed animali (per esempio mediante lo sguardo verso gli uccelli, indifferenti alle miserie umane, c’è la percezione di essere sommersi dal presente eppure pensarli in volo, questo aiuta), vuole ancora interrogarsi sulla possibilità di uno sguardo positivo sul reale.
Roberto Cescon



