Cossa vustu che te diga, Portogruaro

Cossa vustu che te diga, Portogruaro
tera marsa, mi te amo
che vol dir che te me fa morir
che a forsa de dai e dai sul liston
me son frugà i pie, ‘l cuor e ‘l sarvel
a spetar che vignisse su
‘na robuta quaunque da ti
tera marsa, desmentagada
che no la serve se no par pianser.
Te mancarà e man de me nona
i so grossi dei come gropi e duri
che te li ficava drento in senocioni
su la cuiera, col soriso tai oci,
te mancarà i so fondi de cafè
e le scorse dei ovi che te mis-ciava
tuto ‘l pastrocio che a faseva
par farte pì grassa e pì bea.

 

Giacomo Sandron (Portogruaro, 1979), da Cossa vustu che te diga (Samuele Editore, 2014)

Cosa vuoi che ti dica, Portogruaro / terra marcia, io ti amo / che vuol dire
che mi fai morire / che a forza di andare su e giù per la piazza / ho
consumato i piedi, il cuore e il cervello / aspettando che germogliasse / una
piccola cosa qualunque da te / terra marcia, dimenticata / che non serve a
nulla se non a piangere. / Ti mancheranno le mani di mia nonna / le sue
dite grosse come nodi e dure / che ti affondava dentro in ginocchio / nell’orto,
col sorriso negli occhi, / ti mancheranno i suoi fondi di caffé / e i gusci delle
uova con cui ti impastava / tutto il pastrocchio che combinava / per farti più
grassa e più bella.

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