A Giuseppe Ungaretti, visto di notte alla televisione leggere “I fiumi”

Non ho fiumi io,
non ho mai vissuto sporgendo
il volto sull’acqua
che quieta o vorticosa
taglia la città, nobilita o nel gorgo
ruba via tutti i pensieri.
Non ho avuto
gradoni di pietra su cui disteso
perdere sotto il sole
il lume della mente, addormentando.

Ho avuto viali,
strade larghe, rumorose, il getto alto
di tangenziali,
braccia aperte di povera madre
vene da cui entra in città
ogni genere di roba.
Ho avuto viali d’alberi
o rapide vertigini tra l’acciaio di pareti
e vetro oscuro.
Il caos
Li rende identici, sotto la pioggia
sono l’inferno,
sono frenetici.
Ma la notte, quando cade
la notte
si ridisegnano,
viali nuovi
d’ombra e di solitudine,
quando li illumina il lento
collo dei lampioni e lo spegnersi
delle ultime réclame.
Si muovono allora leggermente,
ramificano, forse rotea un poco
tutta la città;
qualcuno finisce
in faccia a un castello, a una
cattedrale, altri smuoiono
sotto i fari arancio di un nodo autostradale –
i viali la notte respirano
con le foglie dei platani, larghe, nere,
le grate dei metro e l’aria nenia
che dorme sui bambini.
Tirano il fiato quando va
il passeggero dell’ultimo tram –
I viali mi danno
una vita speciale,
che non è pianto e allegria
non è, ma una ventosità,
un andare
ancora andare
che viene da chissà che mari,
da quali valli, da grandi fiumi.

Davide Rondoni (Forlì, 1964), da Il bar del tempo (Guanda, 1999)


Traballano le cimase se non si apre la porta

Traballano le cimase se non si apre la porta:
sei un tamburo contro la testa
ma ancora più bello, più duro
della pioggia assassina che mi sfalda il cervello.
Ti fai sentire specie verso le quattro del pomeriggio
e mi vivisezioni il plesso solare
con offerte di acqua e zucchero che straziano
il tendere a, il moto a luogo.
Non posso dimenticarti, semplicemente:
io, vedi, ho dentro grumi, densità insolubili
e tu sei il sale che mi sbrina l’anima.

Laura Di Corcia (Mendrisio, 1982), da Epica dello spreco (Edizioni Dot.com, 2015)