La notte fila liscia tranne

La notte fila liscia tranne
quelle sere che si cede al ricordo
che si dovrà morire su un letto come questo.
Allora penso a quello che dicono gli stupidi
che se c’è la morte io non ci sono. Ma
dal nulla nasce la paura, quando non vedi
non senti non pensi. Nessuna religione aiuterà
il danno dei vivi, feroce o silenziosa
nessuno potrà sottrarsi alla rovina. Dico al mio corpo
animale di stare fermo, di non pensare. Nulla
è più terribile più vero di questo tempo del ritardo, non c’è
luce per gli indifferenti, tutto l’amore non dato,
il tempo sprecato, niente che possa
destarmi dal sogno, io
dove sono,
dovrei alzarmi andare a bere in compagnia, cercarti e dire:
Tu per me sei pelle, una morte anticipata,
insepolta, coagulata fino all’erezione.

Mary Barbara Tolusso (Pordenone, 1967), da Disturbi del desiderio (Stampa2009, 2018)


V. … in baiulanda cruce a Cyrenaeo adiuvantur

Nessuno può comprendere il dolore
di un altro, perché è individuale,
perché è l’essenza della solitudine,
perché non parla mentre lo giriamo,
leggero come un fascio d’erba, lungo
il fianco è allora mi ricordo quando
nel mare verde mi teneva galla
dicendomi di battere le gambe,
e guardavamo nel fondale basso
se affioravano i granchi o i cannolicchi
e la spuma svanire nella sabbia.

Claudio Pasi (Molinella, 1958), da Nomi propri (Amos Edizioni, 2018)


Tempi, che stabilite i comandi sulle cose

Tempi,
che stabilite i comandi sulle cose
con queste parole
e non altre
dette nel cuore di un’estate
compiute, ripetute e celate
sopra la terra e in ogni stagione
restituitemi
salvo e incolume
nel senso che do alle mie parole
in quel senso solitario con cui voglio
che vengano dette,
ascoltate e pensate
e per voi
tra i lari delle stanze e dei giardini
tra gli spigoli del mondo

Giancarlo Pontiggia (Seregno, 1952) da Con parole remote (Guanda, 1998)


Sii porta, fatti porta

Sii porta, fatti porta.
Accogli la rete dei segni
sparpagliati per strada,
il sotterraneo disegno
che scuote la mente
e scompagina il cuore,
lascia affiorare l’infida
faccia cacciata per tempo
in cantina, una traccia
oscena brutale che ora
assurge a regina.
Lascia che il pensiero
ordinato vacilli e
il panico istilli
affannate domande.
Tutto cede, tutto crolla?
O è soltanto una bolla
che scoppia nell’aria?
Un tenue vapore che rapido scema?

Franco Marcoaldi (Guidonia Montecelio, 1955), da Il mondo sia lodato (Einaudi, 2015)


Bambino, altalena

Lo scricchiolio dell’altalena che fisso
dal vetro d’ufficio, di foglie seccate
affogate in attesa del vento e sacchi
vuoti di biscotti e patate – ieri era festa.
Nel parco c’è ancora un bambino da solo
che scava la sabbia, la ruota non gira,
sembra immobile il tutto, incantato – nell’ieri ,
di ieri soltanto lattine schiacciate di coca
e avanzi, gli unici fischi lamenti risate suonano
distanti, le insegue il profumo di spezie e pane
sfornato, il bambino non alza gli occhi,
misura la terra, chissà cosa cerca, da ore.
Lo vado a trovare finito il turno, gli chiedo
hai freddo, lui tace e continua a scavare,
il lampione è lontano, due dossi ai lati,
la terra è nera, soltanto qualche vermetto
riflette la luce arancione, i fanali delle auto
proiettano le ombre sul parco,
le invitano al gioco, del resto il silenzio.
Il suo ansimare, mi taccio, lo osservo,
si placa, si volta, mi fissa, mi ci specchio,
lo riconosco: il bambino pare sia io;
mi dice, questa è la fossa, adesso decidi
chi di noi due la deve calzare giocando al morto –
non io, non io.

Julian Zhara (Durazzo, 1986), inedito

 


Il pane velato

Adesso che i piatti sono bianchi
penso che il tuo cibo era un colore
sparso ogni giorno su una tela
fitta di gocce e fibre.
Fermo lì accanto
aspettavo che il mondo fosse pronto
come un bambino nei pressi di un fornello
futuro e antico
dove ribolliva in alto
la sua fame.
E così il tuo cuocere e impastare
diventava una vita
per altre vite,
la catena di tuorli e di farine
dove chi mangiava assimilava il fiato
speso e rubato
all’inerzia scura
di chi non ha le mani per sentire
il rivolo che ci scorre accanto
così sempre figlio.

Luigi Trucillo (Napoli,1955), da Altre amorose (Quodlibet, 2017)

– consigliato da Franca Mancinelli


Vedere nuda la vita

Vedere nuda la vita
mentre si parla una lingua per dire qualcosa.
Uscire di sera rende la vita più bella
ma è il poco sole obliquo la sera senza parole.
Vedere nuda la vita quando c’eri con le tue cose.
Adesso le cose sono sole,
non c’è la promessa del tuo svegliarti
e continuare con le ciabatte, le tazze, i cucchiai.
Non è valsa la pena affaccendarsi.
Il gioco dei giorni è la promessa che non sapevi
a perdere sempre da prima.

Mario Benedetti (Udine, 1955), da Tersa morte (Mondadori, 2013)