STRUMENTI
Pubblicato: 21 febbraio 2020 Archiviato in: Una poesia al giorno | Tags: Maria Grazia Calandrone Lascia un commentoImpara a fare le poesie come si fa il pane.
Impara a fare il superfluo. La nostra specie
si è ingegnata nel costruire oggetti
funzionali all’impianto biologico
del quale è ditata − le mani (forchette, penne, sigarette)
− o le gambe (pedali, automobili). Molto
veniamo rimpiazzati dagli oggetti.
Lo scopo è essere sostituiti nelle cure primarie degli apparati. Lo scopo è
esseri liberi. Scorporare.
Oltre, stanno le rocce e gli alberi, quiete entità respiranti
che non appartengono a nessuno
e a niente di quanto si dissolve nell’atmosfera prima di toccare terra
Parola sostanziale regredita
dalla bocca alla mente
Verde, senza fiori, aromatica, verde di sangue raffermo, verde e petrosa, [instabile
nella gioia matematica dello spazio
dove il reale è il vuoto della fisica
fra i battitori del grano
sopra una terra diventata immobile per l’attrito rovente delle atmosfere
su corpi che la poesia non salva.
Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964), da Giardino della gioia (Mondadori, 2019)
Einer Gepardin im Moskauer Zoo
Pubblicato: 20 febbraio 2020 Archiviato in: Una poesia al giorno Lascia un commentoSo teure Pelze sieht man sonst nur auf den Schultern
Der Gangsterbräute vorm Casino. So geschmeidig
Schleicht auf dem Laufsteg nur die androgyne Jugend,
Die Augen funkelnd unterm Blitzlicht. Eine schlanke Katze,
Wie Pisanello sie gemalt hat, mit entzücktem Pinsel
(Das Fell getüpfelt, grannenhaft, ein Goldnes Vlies)
Federt sie schweifend auf und ab. Das Rückgrat
Dosiert die leiseste Bewegung.
Millimeter
Vorm Grabenrand den Schwung der Pfoten umzulenken
Geht ohne Hinsehn ab. Dort wird dem Ohr,
Der feinen Nase nichts geboten außer Lärm und Schweiß,
Jenseits des Drahtzauns, wo sich diese Affen tummeln
Mit ihren Kinderwagen zur Besuchszeit. Hechelnd
Verwandelt sie die schlechte Luft der Großstadt
In ein entferntes Air… die weißen Schleifen
Im Haar der Mädchen in Gazellenfleisch. Faustgroß,
Ihr schmaler Kopf hält wachsam noch die Stellung,
Wenn sie im Flimmern vor den Toren Moskaus Zebras sieht.
Dann gähnt sie lange, die Gefangne des Zements.
A una femmina di ghepardo allo zoo di Mosca
Pellicce così care si vedono solo addosso
alle donne dei gangster davanti al casinò. Così flessuosa
incede sulla passerella solo la gioventù androgina,
gli occhi sfavillanti sotto i riflettori. Felino snello –
come lo fece Pisanello con mano estasiata (il pelo
macchiettato, a resste come cime di spighe, un vello d’oro),
soffice va su e giù, molleggiato.
Il dorso dosa il minimo moto.
A un millimetro
dall’orlo del fossato frena lo slancio delle zampe,
fa dietro front senza uno sguardo. Al suo orecchio,
al suo naso fino, da dietro la rete metallica non viene
che sudore e frastuono – da queste scimmie
che nelle ore di apertura s’affollano coi figli nelle carrozzine.
Ansando trasfigura l’aria cattiva della metropoli
in lontananze ariose, i nastri bianchi nei capelli delle bambine
in carne di gazzella. Grande come un pugno,
la leggiadra testa sta attenta, tiene la posizione
quasi in quelle luci alle porte di Mosca balenasse una zebra.
Poi sbadiglia, a lungo, la prigioniera del cemento.
Durs Grünbein (Dresda, 1962), da A metà partita (Einaudi, 1999)



