Una fotografia del 1956

È una fotografia in bianco e nero
di mia madre da giovane che porta
una gonna leggera di tessuto
à pois, stretta alla vita
da una cintura con la fibbia tonda.
Vanno verso lo sfondo prospettive
di pioppi che fiancheggiano il canale
e sul colmo dell’argine sono
appoggiate l’una all’altra due
biciclette, appena lucidate.
Vicino c’è mio padre,
il maglione annodato intorno alle
spalle, i capelli con la sfumatura
alta sopra la nuca e rilucenti
di brillantina. Esprime nello sguardo
l’ironia di un desiderio d’amore
trattenuto, mentre lei gli sorride
di timidezza vera e lo respinge
per scherzo.
Sul retro, nell’angolo
in basso, scritta a inchiostro di china
scolorito, la data: primavera
del ’56, forse il pomeriggio
di un aprile ventoso o una domenica
di marzo, quando io non esistevo.

Claudio Pasi (Molinella, 1958), da Ad ogni umano sguardo (Aragno, 2019)


13 febbraio, insolazione

Il sole che nel nuovo parco cittadino si appoggia in silenzio sulle schiene
dei cani e delle madri, e si rifrange sulle ciglia dei bambini addormentati,
sulle capigliature rare dei pensionati in vena di pensieri miti,
e che come un ricordo d’amore
pretenderebbe di avere con gli altri anche me
nella promessa della primavera, quasi
quasi ci riesce:
sento che anch’io, basterebbe volerlo,
potrei entrare nella luce di febbraio
e di sicuro sarei già più leggero,
se non fosse la testa intontita e un poco troppo sollevata
per condividere qualcosa, in questo giorno.

Stefano Dal Bianco (Padova, 1961), da Ritorno a Planaval (LietoColle-Pordenonelegge, 2018)